La Grande Guerra in un dipinto di Armando Marchegiani

Oggi vi voglio raccontare la storia di un dipinto, che era appeso alla parete di un corridoio della Prefettura di Ascoli, un po’ negletto, e che presto invece diverrà protagonista di un’iniziativa volta a commemorare il centenario della Grande Guerra. Si tratta in verità di una replica con varianti dell’originale. Il quadro in questione è un olio su tela di Armando Marchegiani dal titolo “Eroica fine del cappellano militare Pacifico Arcangeli di Treia”.

Tale replica di buona fattura era appesa lungo il corridoio signorile della Prefettura di Ascoli, insieme a svariati altri quadri. Quante volte funzionari trafelati e inservienti distratti devono averlo osservato di sbieco senza dargli troppa importanza! I colori infatti paiono a prima vista un po’ spenti: dal grigio delle uniformi e del cielo rannuvolato dai colpi di artiglieria si passa al marroncino del terriccio della trincea.

Tuttavia dietro ogni opera minore c’è sempre una storia articolata e il dipinto di Marchegiani un tempo ricevette grandi apprezzamenti e vinse un premio molto ambito. L’originale si trova esposto al Museo Centrale del Risorgimento a Roma, all’interno del complesso monumentale del Vittoriano. Ma la replica con varianti non è da meno e fu donata da Marchegiani nel 1936 al Comune di Ascoli, per poi confluire nell’austero palazzo che ospita anche la Prefettura.

prefettura
Sono svariati i quadri appesi nei locali e nei corridoi, appartenenti al Comune; ognuno di essi avrebbe una storia da raccontare, come ogni oggetto minimale e desueto. Quando mi sono recato in Prefettura, insieme a un baldo allestitore e al Direttore della Pinacoteca, per staccare dalla parete il dipinto di Marchegiani, avvolgerlo nella plastica a bolle e poi portarlo via temporaneamente, il capo di Gabinetto mi ha preso in disparte e mi ha mostrato una “crosta” appesa alla parete del suo ufficio: un paesaggio dalle pennellate dense e vivide. Ho sorriso, in effetti di primo acchito non mi è parso un capolavoro, adesso non mi sovviene nemmeno il nome dell’autore. In quell’attimo è entrato il Prefetto in persona, una gentile signora dal carattere deciso: anche lei ha definito il quadretto una “crosta”. Ho sorriso nuovamente, immaginando che l’artista (vivo o spettrale) stesse origliando da dietro la porta.
Ma torniamo al nostro Armando Marchegiani, sambenedettese di nascita (è bene sottolinearlo). Il soggetto rappresentato è solenne; si tratta d’una scena della Grande Guerra. Rappresenta un gesto eroico di un cappellano militare, Pacifico Arcangeli, nativo di Treia (cittadina del maceratese della quale parleremo prossimamente). Egli morì sul Monte Grappa: una scheggia gli si conficcò nel ventre mentre stava raggiungendo la trincea nemica, armato solo di un bastone, ma anche di grande coraggio. Invece di accasciarsi al suolo, si appoggiò a un tronco d’albero e da lì continuò ad incitare gli altri soldati, esortandoli a proseguire l’assalto. Gesto fiero e inusuale per un cappellano, che gli valse la “medaglia d’oro”, consegnata nel 1919 ai parenti commossi. Riportiamo qui di seguito la motivazione del riconoscimento:

Eroica figura di sacerdote e di soldato durante cruento combattimento, ottenuto dopo viva insistenza di unirsi alla prima ondata di assalto, slanciavasi munito soltanto di bastone, alla testa dei più animosi, giungendo per primo sulla trincea nemica. Colpito mortalmente al ventre da scheggia di granata, incurante di se, rimaneva in piedi, appoggiato ad un albero, ad incorare i soldati. Trasportato a viva forza al posto di medicazione, sebbene morente, consolava con stoica virtù gli altri feriti e spirava glorificando e benedicendo la fortuna delle nostre armi. Monte Grappa VI Luglio MCMXVIII

Il dipinto di Marchegiani non è altro che una trasmutazione in un’immagine icastica di queste poche righe dalla sintassi desueta e dal tono commemorativo. Cosa aveva spinto il pittore a compiere questa perfetta traduzione intersemiotica? Un concorso di grande importanza, bandito nel 1934, in pieno regime fascista, dalla Casa Savoia, su diretto interessamento della Regina Elena, che infatti poi acquistò le opere vincitrici per farne dono al Museo Centrale del Risorgimento. L’opera originale di Marchegiani subì questa sorte, poiché vinse la sezione di pittura (mentre le altre erano scultura e incisione). Scusate, dimenticavo il titolo del concorso: “La Guerra e la Vittoria”. Il tema: le “medaglie d’oro” della Grande Guerra. Lo stile richiesto: chiaro e concreto, il più possibile comprensibile dal “popolo”. Il dipinto di Marchegiani centra l’obbiettivo, infatti basta osservarlo con una certa attenzione per rendersene conto. Sembra il fotogramma di un film di guerra minuziosamente girato. E’ indubbio che si tratti di un quadro di propaganda: il mito della Grande Guerra divenne presto l’unico collante efficace per forgiare un senso di unità nazionale, ottenuta con il pugno di ferro della dittatura.

marchegianiTuttavia il quadro di Marchegiani è di ottima fattura e lo schema compositivo è pressoché perfetto, benché un po’ astratto. Possiamo infatti tracciare una serie di linee invisibili, che ci aiutano a capire come funziona questa narrazione silenziosa dal soggetto storico. Il dipinto è diviso in due da una linea orizzontale, costituita dal terreno fangoso della trincea nemica, che viene poi scavalcata. Inoltre i soldati si muovono orizzontalmente verso destra, rinforzando la linea della trincea. Un soldato si trascina carponi in primo piano con la canna del fucile levata verso l’alto. Il fucile munito di baionetta costituisce un’essenziale linea verticale (un po’ obliqua), simmetrica all’albero di sinistra, al quale poi si appoggia il protagonista della tela, il cappellano militare, che incita i soldati a superare la trincea nemica. Albero e fucile verticali dividono la composizione in tre parti quasi uguali. La verticalità è accentuata a sinistra sia dal gesto eroico di incitamento del cappellano, che si volta indietro, sia dal soldato accanto a lui, che affronta con il calcio del fucile il nemico austriaco in uniforme marrone (come il terreno), il quale viene fermato nell’atto di impugnare un revolver. Quindi, ricapitolando, a sinistra dominano i movimenti verticali, accentuati dalla linea obliqua dell’albero, che però poi tende un ramo decisivo verso destra, quasi a indicare la direzione da prendere ai soldati; a destra dominano i movimenti orizzontali dei soldati dalle schiene curve, che avanzano imperterriti, mentre il fucile in alto levato cerca di riequilibrare la composizione. Il cielo è a tratti bigio, a causa della nebbia e del fumo dell’artiglieria, ma luminoso proprio alle spalle dell’albero. Si tratta del classico stile di commemorazione orgogliosa della Grande Guerra. Il dipinto si sofferma infatti sul gesto eroico, sul momento del sacrificio, in chiave idealistica e romantica. Vedremo come in altri casi (per esempio in Biagio Biagetti) domini anche una sorta di “mistica” del sacrificio dei caduti, perfettamente reso visibile da un pacato stile “divisionista”.

trinceaL’opera di Marchegiani è chiaramente la cifra di un’epoca, un documento storico-culturale eloquente del nostro passato, un esempio di come la narrazione eroica del primo conflitto mondiale (carneficina di un’intera generazione) abbia tuttavia contribuito a cementificare l’idea di identità e unità nazionale, in chiave patriottica, ma anche nazionalistica. Ma è anche una raffigurazione ricca di empatia, che cerca di fissare la memoria di un’intera generazione, la quale “anche se sfuggì alle granate – venne distrutta dalla guerra”, come scrisse Erich Maria Remarque in esergo al suo famoso romanzo antimilitarista.

Primo De Vecchis

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