La Grande Guerra nei bozzetti divisionisti di Biagio Biagetti (Seconda Parte)

Nel frattempo, mentre mi perdevo dietro quei dettagli manierati, l’usciere cacciò fuori il suo mazzo di chiavi e aprì la porta della Sala Restauro. Qui erano custoditi molti dipinti negletti, che erano appesi nelle griglie scorrevoli di metallo o poggiati un po’ ovunque nello stanzone, alcuni ancora avvolti dalla plastica a bolle. Dominava un armonioso disordine, con bombolette di lacca e strumenti per la pulitura dei quadri. L’altro dipinto di Biagio Biagetti custodito ad Ascoli Piceno, nella Sala Restauro, e che presto sarà mostrato al pubblico, è l’Apoteosi della Vittoria.

apoteosi_vittoria

La composizione si sviluppa all’interno di una struttura architettonica con due colonnine al centro. L’effetto è molto decorativo e attenua la retorica della rappresentazione. Anche qui la tecnica “divisionista” è adoperata in chiave idealizzante, panteistica (alla Giovanni Segantini per intenderci) e a tratti quasi mistica. In alto, s’un piedistallo, accomodate s’un largo sedile di pietra, le allegorie della Vittoria e della Pace si sfiorano, l’una stringe il polso dell’altra. Davanti a loro spicca una spada, che in cima assume la forma d’una croce, impugnata dalla mano divina. Dal punto più elevato scende una luce misticheggiante, che si scurisce via via che lambisce gli altri soggetti laterali: da una parte abbiamo un pastore con donne e bambini, mentre dall’altra dei fabbri, degli artigiani che lavorano alacremente. Il serto d’alloro della Pace va quasi a sfiorare il martello in alto levato impugnato dal fabbro. Nella raffigurazione in basso ci troviamo in un’assolata piazza italiana, con un edificio medioevale sullo sfondo, un’altura e delle architetture classiche sulla destra. La piazza è gremita dalla folla, che impugna bandiere. Al centro vediamo il Genio Italico che siede sulla groppa d’un cavallo bianco, preceduto da un gruppo di angioli, che soffiano sulle chiarine dorate. Si tratta di un ingresso trionfale in stile imperiale, che dà un tocco non indifferente di retorica. Il Genio, che impugna il tricolore, al centro del riquadro, è seguito da quattro fanciulle vestite di bianco come gli angioli, che sorreggono quattro città in miniatura, come accadeva in molte pitture del Medioevo con i santi patroni. Si tratta delle città redente: Gorizia, Trieste, Trento e Fiume. Alle loro spalle, in sella ai loro cavalli, si assiepano dei reduci di guerra (uno ha la fronte e l’occhio fasciati per le ferite, un altro somiglia quasi a un frate barbuto con l’elmetto in testa). Tutti impugnano le bandiere degli stati vincitori della Prima Guerra Mondiale: Italia, Gran Bretagna, Belgio, Stati Uniti e altri ancora. Il soggetto è indubbiamente retorico e l’alone mistico che fascia gli eventi del conflitto anticipa atmosfere che saranno assorbite con maggior decisione dal ventennio. Ma la tecnica divisionista riscatta il dipinto, con i suoi colori tersi e delicati, con quella luminosità mistica, che sarà una delle cifre del Biagetti.

sacro_cuore_gesù
Il terzo bozzetto, il Sacro Cuore di Gesù, non presenta allusioni alla guerra, ma segna l’apoteosi della tecnica divisionista, adoperata in chiave mistico-religiosa. E’ un soggetto d’indubbio fascino: la luce dello Spirito Santo scende dall’alto, formando un alone di linee di colore ben distinte. Un lucore ben più intenso emana dalla figura del Cristo, quasi immerso in una nube di luce soffusa. Biagetti adotta tardivamente la tecnica divisionista per testimoniare il Cristo. Giovanni Segantini era invece immerso nel panteismo del paesaggio nordico e montano. Biagetti scoprì (aiutato dalle intuizioni di altri studiosi, anche ecclesiastici) che la tecnica del divisionismo si attagliava benissimo all’intento di veicolare l’Arte Sacra nel Novecento, fedele al messaggio evangelico (come accadeva nelle scritte pitture del Trecento), ma al tempo stesso moderna e attenta agli ultimi sviluppi artistici. Di certo lo stile pirotecnico dei futuristi sarebbe stato inadatto per affrontare simili temi.
Che la tecnica del Biagetti sia compatibile con un’estetica dell’intimità e della dolcezza, che travalica l’apparente ostacolo retorico, risulta chiaro dagli affreschi che ritraggono la vita di Maria e Gesù nell’Ambulacro della Basilica di Macerata. Qui il pittore raggiunge picchi di poesia religiosa, intimista, grazie alla delicatezza del colore e alla cura del dettaglio. Si veda per esempio una vergine orante, aureolata da una schiera di puttini (formati solo dal viso tondo e le alette) che sembrano vorticarle intorno al capo come un sogno. pp170_big[1]
Chi serbò nella memoria questi dettagli visivi, le pitture affrescate nell’Ambulacro da Biagetti, ma senza conoscere il nome del pittore, è una scrittrice marchigiana di una certa levatura. Si tratta di Dolores Prato, nativa di Treia (come il cappellano militare Pacifico Arcangeli, effigiato da Marchegiani) e vissuta a lungo a Roma. Com’è noto, negli anni Ottanta la novantenne Dolores Prato finì al centro dell’attenzione letteraria nazionale per aver pubblicato in tarda età un libro di memorie d’infanzia davvero ricco di sensazioni, Giù la piazza non c’è nessuno, il cui editing fu curato da Natalia Ginzburg. Proprio questo lavoro di “limatura” del testo da parte dell’editore Einaudi aveva privato però i lettori di molti passaggi e capitoli descrittivi e puntigliosi, che poi sono tornati alla luce in nuove edizioni più fedeli alla volontà dell’autrice e ormai oggetto di attento studio.

La Prato descrive la sua infanzia nel borgo maceratese di Treia tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. In un capitolo che si potrebbe definire “botanico”, ricco di descrizioni floreali, mentre fa cenno alla pianta comunemente nota come “miseria”, fa un brevissimo cenno alle pitture della basilica di Macerata, soffermandosi proprio sulla loro caratteristica tecnica.

Per un periodo lungo ci fu anche la miseria, ma quella non stava fuori delle finestre, era sparsa per casa, pianta decorativa, non la vidi mai fiorita. I vasi erano semicoppe appuntite di coccio, sbalzate, smerlettate, traforate, applicate alle pareti o anche coppe intere pendenti dall’alto come lampadari. Veramente pendevano solo davanti alle finestre, nell’apertura dei due festoni delle tende. Dalle une e dalle altre traboccavano cascate di miseria. La forma delle foglie era uguale, il colore no. C’era la miseria verde che non m’interessava affatto; non capivo perché la zia la tenesse; ma quell’altra no, era una miseria stupenda, sarebbe stata bene anche nel palazzo del conte Grimaldi. E chissà che non ci fosse. La facevano parere di metallo i colori tirati sulle foglie a pennellate separate come le pitture della piccola basilica di Macerata dove distinguevo tutti i pezzetti di colori, ma se socchiudevo gli occhi la scena era tutta unita. Per la miseria non occorreva socchiudere gli occhi, i colori stavano bene come stavano, fondamentale l’amaranto; su questo, striature verdi, rossicce, ramate; il colore del carciofo ricorda questa miseria. Probabilmente la miseria avrà infestato il paese perché la zia se ne disfece completamente (Dolores Prato, Giù la piazza non c’è nessuno, a cura di Giorgio Zampa, Milano, Mondadori, 1997, p. 303).

pratoBiagetti realizzò tali opere tra il 1922 e il 1923, quando la Prato aveva una trentina d’anni, quindi non si può trattare d’un ricordo d’infanzia, ma dalla biografia si evince che la scrittrice insegnò Lettere in una scuola di Macerata proprio negli anni 1921-22. Quindi, dando per scontato che il passo si riferisca proprio agli affreschi divisionisti di Biagetti, è ipotizzabile che:
1) la Prato abbia inserito un ricordo di quand’era già trentenne tra i ricordi d’infanzia;
2) la Prato abbia inserito artificiosamente una osservazione che non poteva appartenere alla sua infanzia nella rievocazione degli anni infantili. Ipotesi più probabile.
Ogni scrittura di memorie in fin dei conti è un artificio e i ricordi si possono assemblare a piacimento come un puzzle. Si veda in proposito “Parla, ricordo” di Vladimir Nabokov. Fatto sta che l’osservazione è davvero essenziale, benché significativa, e valeva la pena di riportarla in questo post.

Primo De Vecchis

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