Una copia del Rubens nella Caserma Clementi

È trascorsa una settimana dalla mia prima visita alla caserma “Emidio Clementi” di Ascoli Piceno e vorrei qui mettere nero su bianco alcune impressioni. Il motivo di tale sopralluogo è presto detto: visionare il materiale finora raccolto dal Capitano, in vista della mostra sulla Grande Guerra, che si terrà nel Palazzo dei Capitani dal 6 dicembre al 6 gennaio. Manca poco al giorno dell’inaugurazione e i Musei Civici sono chiamati a collaborare al progetto, coordinato dalla prefettura di Ascoli. Questo spiega perché eravamo almeno in sei a far visita al Capitano in caserma. Il militare ci è venuto incontro e ci ha subito condotti dal Colonnello presso un edificio a due piani verniciato di verde. Salite le scale, ci siamo trovati in un corridoio, alla cui parete erano appese le foto di militari d’alto rango, suppongo; erano tutti lì, che sorridevano con fiero cipiglio, testimoni del passato. Il Colonnello si è affacciato all’ingresso della sua stanza e ci ha fatti entrare. La prima cosa che ci ha colpito all’interno della sala è stato un dipinto appeso alla parete, di fronte a un divanetto.

rubens_guerra

Il Professore si è subito avvicinato alla tela e l’ha sfiorata con i polpastrelli delle dita. «È una copia delle Conseguenze della Guerra del Rubens!» ha sentenziato. Colonnello e Capitano si sono avvicinati incuriositi e hanno assorbito come il miele le spiegazioni del Professore: «Si tratta di una complessa allegoria: qui vediamo Venere che cerca di trattenere Marte, ormai deciso a combattere, mentre le future disgrazie della guerra già si preannunciano». I militari erano molto interessati al tema: non credo che avessero mai osservato con attenzione i dettagli del dipinto, fortemente allegorico. L’unica cosa certa è che si trattava di una donazione del Monte dei Paschi di Siena, la cui targhetta spiccava ai piedi della cornice; si trattava di una copia ottocentesca, un po’ ingiallita, che meriterebbe una pulitura. Il Colonnello ci ha mostrato un fucile della Prima Guerra Mondiale, munito di baionetta in cima, accanto a una bandiera tricolore. Di fronte, accanto all’ingresso, c’era un mobiletto con ante a vetro, che conteneva delle armi della Seconda Guerra Mondiale, pistole, pugnali, ma soprattutto una corta lancia abissina.

casermaDopo un breve preambolo, siamo scesi e abbiamo attraversato il cortile: sui prati verdissimi, all’ombra degli alberi, c’erano dei cannoni dell’ultima guerra mondiale. Ci siamo diretti verso un altro edificio, superando le file di giovani soldati, inquadrati e pronti a partire verso qualche esercitazione. Tra i molti maschi, spiccava anche qualche ragazza. Un tempo in questa caserma c’erano quasi solo donne. Dopo un aperitivo analcolico nella sala mensa, ci siamo diretti al piano di sopra. Finalmente il Capitano ci ha aperto la porta del nascondiglio: dietro le grate gialle sembrava aprirsi una cella bianca illuminata dal neon. In quel breve spazio, più alto che largo, attorno a un tavolinetto, erano stipate scatole di cartone e oggetti vari, che presto ci avrebbe mostrato. S’una parete c’erano delle divise originali appese alle grucce; un collaboratore ce ne ha mostrate alcune. Poi ha aperto una cassa di legno oblunga, serrata con dei lucchetti, e ha cominciato a tirar fuori delle armi avvolte dal cellophane. Il tizio, descrivendone i dettagli tecnici, ci ha mostrato: una pistola Beretta del 1918 senza il cane, curva e liscia, altre pistole di ottima fattura e poi tre o quattro fucili. Non sono un patito delle armi, ma quei cimeli della Grande Guerra erano in perfetto stato di conservazione e sfiorarli faceva venire i brividi. grande_guerra

Poi è stata la volta degli elmetti, che il Capitano ha tirato fuori da uno scatolone, come se si trattasse di conigli. Alcuni erano d’acciaio, pesanti, con qualche ammaccatura. In seguito ci ha fatto tenere tra le mani un leggerissimo elmetto in alluminio, riservato ai soldati semplici. Una differenza da far impallidire. Poi il Capitano ha tirato fuori un frammento di shrapnel, un involucro vuoto di metallo, che avevo sentito nominare solo nei romanzi dell’epoca. Senza contare medaglie, berretti del Regio Esercito, maschere antigas, giberne, scatole di cartone e altro materiale della vita quotidiana del soldato. Infine il Capitano ci ha mostrato un polveroso album di foto e cartoline spedite dal fronte, senza dimenticare i ritagli dei giornali locali e fogli di propaganda. Tutto questo materiale proviene da diverse famiglie sparse nel Piceno, che si sono fidate e hanno prestato al militare tali cimeli, per contribuire all’allestimento della mostra sulla Grande Guerra. grande_guerra2È incredibile scoprire quanti oggetti desueti possano uscir fuori dalle soffitte e dagli scantinati di insospettabili collezionisti. Ogni scatola ricolma di cimeli del nonno reduce di guerra contiene anche un potenziale romanzo: tante storie perdute che forse non troveranno mai nessuno disposto a raccontarle. Drammi, affetti, vita, amori spezzati, tragedie famigliari. La Grande Guerra è un conflitto che ancora riunisce tutti, senza dividere in bandi opposti, l’ultimo capitolo (forse) del Risorgimento italiano.

Primo De Vecchis

Post scriptum: Per chi fosse interessato vorrei qui descrivere in dettaglio l’allegoria di Pieter Paul Rubens, dipinta nel 1637, durante la guerra dei Trent’anni, su richiesta di Justus Suttermans. La composizione è segnata da un forte movimento verso destra. All’estrema sinistra scorgiamo sullo sfondo la porta spalancata del Tempio di Giano, che era tenuta chiusa nei tempi di pace. Ai piedi della colonna spunta un puttino, che regge una sfera di vetro sormontata da una croce, simbolo della Cristianità. Il puttino calpesta l’orlo dell’abito d’una nera matrona, che solleva le mani al cielo per la disperazione, invocando il soccorso divino: si tratta dell’Europa. Altri angioletti si aggrappano alle gambe formose di Venere, che cerca di trattenere Marte con lusinghe e carezze.

rubens_dettaglioMarte, con l’elmo in testa, volge lo sguardo verso l’amata, ma è ormai slanciato in avanti e brandisce una spada e lo scudo. Chi lo trascina verso la guerra è la furia Aletto, che regge una fiaccola della discordia. La furia è seguita da due mostri, che si slanciano verso destra: la Fame e la Peste. In basso, travolte dalla violenza, giacciono al suolo quattro figure. La donna vista di spalle con il liuto rotto è l’Armonia. La donna che stringe tra le braccia un bambino è la Fecondità insieme alla Carità. L’uomo disteso con il compasso in mano è l’Architettura, che viene distrutta in tempo di guerra. Da notare infine che Marte calpesta un libro, la Cultura, mentre ai piedi dei puttini troviamo frecce e saette sparse (la Concordia) e un caduceo (la Pace). L’allegoria secentesca può risultare un po’ ostica per il nostro palato, ma la composizione, con i suoi chiaroscuri e il dinamismo dei corpi, è perfetta. Inoltre il tema ben si attaglia ad una caserma e funge da chiaro monito.

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