Ecco com’è andato il nostro incontro con Vittorio Sgarbi

Martedì pomeriggio, nella fresca Sala della Vittoria della Pinacoteca Civica, gremita di studenti e curiosi, si è svolta la Lectio Magistralis di Vittorio Sgarbi. Per introdurre l’insigne critico d’arte avevamo scelto come opera simbolica della Pinacoteca un quadretto di tal Filippo Palizzi (Vasto, 1818 – Napoli, 1899), Piccolo capraio, dove il ragazzo gaudente e terragno tiene tra le braccia un bel capretto. Sgarbi l’ha presa con simpatia e si è complimentato per la scelta. La notizia bomba è che è arrivato… PUNTUALE!

Filippo Palizzi (Vasto, 1818 - Napoli, 1899), Piccolo capraio.

Filippo Palizzi (Vasto, 1818 – Napoli, 1899), Piccolo capraio.

ZUCCHE VUOTE – Mentre la folla si stava congelando sulle magre seggiole messe in fila nella sala, un capannello di insigni personalità all’ingresso ci ha fatto comprendere che l’ospite era giunto. Sgarbi è il solito mattatore, un toro scatenato come quelli della festa di Pamplona, che tanto piaceva ad Hemingway. Con quel suo caschetto di capelli bianchi e gli occhi spiritati dietro le spesse lenti degli occhiali, mostra sempre di avere una dinamicità inaudita: non sta mai fermo, sembra elettrico, ghigna furbescamente, lancia in aria una battuta come un petardo, si frega le mani, stringe le mani degli altri (del professore che lo introduce, del vescovo, del sindaco, dell’assessore: delle autorità, come le chiama lui sottovoce), adocchia una signora bionda che passa, abbraccia un vecchio amico dalla pancia prominente, inveisce contro qualche assente, sembra posseduto da un demone, ma in senso socratico (positivo) e non cristiano (negativo). Tutti noi vorremmo avere il demone che Sgarbi si porta dietro, appollaiato sulla spalla, e che gli suggerisce ogni trovata. Nessuno ancora sa quale sarà l’argomento della Lectio, forse nemmeno il diretto interessato, infatti è il Prof. Papetti a invitarlo a parlare di architettura e musei, argomento di per sé vasto. Ricordiamo che l’evento è stato proprio organizzato da un gruppo studentesco (Atelier 1) della Facoltà di Architettura dell’ Università di Camerino, con sede distaccata ad Ascoli Piceno. Molti degli studenti lì presenti, tutt’orecchi, saranno probabilmente futuri architetti. Ed ecco che Sgarbi parte per la sua tangente, cominciando a inveire contro gli architetti, rei di aver deturpato le bellezze d’Italia, storiche e naturalistiche.

sgarbiCORNUTI – Gli studenti si guardano straniti, ma chi conosce Sgarbi sa quanto sia profondo il suo odio per gli architetti di grido italiani e stranieri chiamati a creare un contrasto moderno rispetto all’armonia urbanistica del passato. Nella carneficina si salva solo in parte Carlo Scarpa. La verità è che Sgarbi è un conservatore, ma nell’accezione più nobile del termine: vuole preservare, restaurare, curare, restituire al presente in divenire l’incommensurabile bellezza dell’Italia nostra. Contro le archistar strapagate per deturpare il bello della penisola non usa i noti epiteti che ben conosciamo (“capre”, “cornuti”, “bestie”, “zucche vuote”) però scaglia anatemi e maledizioni. Per fortuna il vescovo d’Ercole ha tolto il disturbo per sopraggiunti impegni (gravosi sotto il periodo di… Pasqua: breve lapsus) e quindi non può sorbirsi la selva d’improperi che turbano l’armonia del luogo. Il vescovo aveva poco prima affermato all’incirca che il bello e il buono vanno a braccetto e che quindi è positivo promuovere la sensibilità per la bellezza. Sgarbi non sarebbe forse del tutto d’accordo, considerando che spesso cita l’esempio di Caravaggio, sommo artista che però fu anche un assassino. Infatti non sempre la genialità artistica si coniuga con la moralità dei costumi né tantomeno con l’umiltà. L’artista è come il Principe di Machiavelli: deve saper fare bene ciò che fa, non deve agire secondo il bene. Ma queste sono sottigliezze da filosofia scolastica. VittorioSgarbi_03È bello seguire i discorsi di Sgarbi, la sua favella è chiara, colorita, immaginativa e volumetrica, ha una memoria visiva formidabile, ricorda ogni cosa che ha visto e toccato e riesce a trasmettere le sue sensazioni all’uditorio. Prende di mira l’ex sindaco Cacciari (“finto filosofo che non sa il tedesco”) dicendo peste e corna del ponte di Calatrava, che non solo sarebbe bruttino, ma anche inutile. Molte delle polemiche sgarbiane le conosciamo già, ma è bello riascoltarle dalla sua viva voce. In un passaggio cita Pasolini: sappiate che Sgarbi cita sempre Pasolini. Per ovvi motivi di estetica: ricordiamo le battaglie del poeta e cineasta contro l’omologazione culturale, la speculazione edilizia, le brutture del neocapitalismo, mentre il fascismo, che era stato un gruppo di “criminali al potere”, non era riuscito minimamente a intaccare la purezza e le bellezze d’Italia. Insomma il critico d’arte è un tradizionalista, non un futurista, tuttavia non è necessariamente un passatista. Solo attraverso uno sviluppo culturale sostenibile e intelligente il glorioso passato d’Italia può divenire un volano per lo sviluppo futuro. Cita il caso quasi commovente di Matera, che è stata di recente designata come Capitale Europea della Cultura 2019. I Sassi di Matera furono un tempo evacuati perché venivano considerati pericolosi e insalubri. Poi è iniziata la valorizzazione; qui il cinema ha contribuito grandemente a rendere i Sassi famosi in tutto il mondo, a partire dal Vangelo secondo Matteo di Pasolini fino ad arrivare alla Passione di Cristo di Mel Gibson. C’è uno svedese che tra i Sassi di Matera ha creato un albergo magnifico, che conserva tutto com’era, cercando di interagire armoniosamente con il già esistente, senza invadere o “stuprare” per vana ansia di modernità ed egocentrismo.

CAPRE – La conferenza a braccio si chiude con aneddoti piccanti sull’universo femminile sgarbiano, che abbiamo pensato in questo momento di censurare. Terminata la Lectio il critico ferrarese viene bersagliato dai fotografi: torme di fan cominciano ad assieparsi attorno a lui per un autografo o una foto. Sgarbi è cordialissimo con tutti coloro che lo ammirano in modo sfegatato: per lui è come una droga irrinunciabile. È la notorietà, bellezza. Personalmente riesco ad avvicinarmi al divo per intonare insieme a lui un solenne “Capra! Capra! Capra!”, che risuona per la sala, provocando la reazione bonaria di Papetti (“Ma che sono impazziti?”). capraPenso di nuovo al Piccolo capraio di Palizzi e all’autentica semplicità di quel dipinto. Vi consiglio di ammirarlo: si trova nella Sala del Puttino Dormiente della Pinacoteca Civica. Nella stessa saletta (un po’ lugubre) si trovano altri bei dipinti ottocenteschi, che vi invito ad ammirare. E ricordate che Sgarbi ha definito la Pinacoteca Civica di Ascoli un gioiello più unico che raro. Stavolta non ci siamo beccati né una capra né cornuti né zucche vuote.

Primo De Vecchis

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