Un antidoto contro il Nulla (nel regno di Fantàsia)

Sabato 13 dicembre ho assistito all’inaugurazione della mostra collettiva di pittura (e non solo) intitolata “Now: Collective Painting”, che si terrà nella Sala dei Mercatori del Palazzo dell’Arengo fino al 12 gennaio. Ho avuto modo di conversare in libertà con alcuni artisti che espongono la loro opera esemplare. Il vantaggio dell’Arte “Contemporanea” è che abbiamo a disposizione l’artista vivente al quale è sempre possibile chiedere qualche chiarimento (nella migliore delle ipotesi). Tuttavia sarebbe errato e fuori luogo chiedere a bruciapelo al creatore “qual è il significato della tua opera?” o ancora peggio “che cosa volevi esprimere?”.

now23_spezzatoInnanzitutto poiché egli non è tenuto a sapere di preciso che cosa volesse esprimere con la propria opera. In secondo luogo poiché l’autointerpretazione del demiurgo potrebbe persino portarci fuori strada, considerando che se avesse voluto “spiegare” qualcosa avrebbe scritto un saggio, un articolo, un manifesto e non dipinto un quadro o scolpito un blocco di marmo o lavorato un pezzo di legno o assemblato una composizione polimaterica. C’è sempre una buona dose di ermetismo in un’opera d’arte (soprattutto contemporanea), che si pone dinanzi a chi la contempla quasi come un enorme punto interrogativo. Sta a noi colmare il vuoto, arricchire l’opera con la nostra interpretazione, senza però spingerci oltre le Colonne d’Ercole del Buon Senso. Tuttavia a mio avviso è giusto chiedere all’artista una opinione, un commento, un suggerimento, per capire almeno se dietro il suo febbrile operare sussista una poetica, una estetica, una struttura concettuale dinamica, una organizzazione e sintesi d’idee. Nel caso contrario ci troveremmo comunque di fronte a un artista “naif” (termine abusato), che lascia parlare le immagini simmetriche dell’inconscio senza apporre alcun filtro razionale (si pensi alle feroci belve campagnole dalle fauci spalancate di Ligabue, vissuto persino in manicomio, perennemente indigente, pittore povero e lussureggiante, novello Van Gogh, che pare comunicare direttamente alle nostre viscere).
Vi anticipo che in questa mostra collettiva non troverete nessun artista naif. Ognuno segue una traiettoria precisa o discontinua, ma si può quasi sempre ravvisare una ricerca, un work in progress dotato di coerenza. L’importante è che alcune opere riescano a distaccarsi dall’accademismo, dalla maniera, dal mero esercizio. Mi sento di dire che si possono ravvisare tali esempi. Qui di seguito parlerò solo di alcuni artisti e relative opere, senza alcun intento di privilegiare qualcuno a discapito di altri, seguendo solo l’estro del momento (se me lo permettete). Invito però altri appassionati osservatori d’arte, competenti o dilettanti (come me) a venire nella Sala dei Mercatori e a fare la stessa cosa: percorrere con lo sguardo questa galleria in miniatura e tracciare un sottile filo rosso tematico, scegliere degli esempi e fornire una propria interpretazione. vincenzo_lopardo
Parto subito con E. 14-1 di Vincenzo Lopardo: sulla tela è raffigurato un busto femminile, con acrilici e smalti ad acqua, che viene però vivisezionato da uno sguardo attento e distante, incline alla semplificazione delle forme e dei colori. Lopardo parte dalla realtà quotidiana più minuta e la filtra attraverso una ricerca ascetica e sublimante.
Passo poi a osservare La nascita di Milena Puglisi, che mi fa pensare a qualche favola triste e raggelata. L’immagine è tratta dalla serie de Il brutto anatroccolo. Si nota quel tratto soave da illustratrice per libri dell’infanzia, anche se occorre precisare che l’infanzia tratteggiata da Milena non è all’insegna della solarità come girasoli aperti, bensì della malinconia più tenue, come un fior di loto che galleggia s’uno stagno fangoso. milena_puglisi
L’acrilico su tela di Riccardo Sgattoni, Senza titolo, sembra riallacciarsi per qualche misteriosa ragione alla freddezza dell’anatroccolo, ma accoglie forse una tonalità più tragica, da incubo allucinato. Di primo acchito sembra di scorgere uno spettro, in verità si tratta di un uomo che cerca di uscire fuori da un lago ghiacciato, senza riuscire però a rompere la spessa lastra di ghiaccio, che lo imprigiona nel territorio subacqueo dell’angoscia. riccardo_sgattoni
Mi pare di notare un certo catastrofismo anche nel Paesaggio esploso di Stefano Tamburrini, dove la sezione di una lingua di terra madre sembra sollevarsi in alto come per opera di qualche sconvolgimento tellurico e quindi mostrare la sua matrice interna, così diversa dall’idillico verde dei poggi e dei campi in superficie. stefano_tamburrini
Comincio già a notare un’affinità tra queste opere: una sottile inquietudine che circola come corrente elettrica. Non è vano o arduo trovare una spiegazione: in tempi di crisi economica e sociale, chi meglio dell’artista riesce a captare le particelle d’ansia che vibrano intorno a noi? Ma non vorrei esagerare con le mie sovrainterpretazioni.
Mi capita di scambiare qualche parola con Ottavio Eleuteri, che si presenta con un dito fasciato a causa di un incidente e con una pipa lignea arabescata, che sembra essere stata sottratta da Mefistofele in persona: in effetti espone una scultura in radica di noce che raffigura un “demone”. Il titolo è articolato e da solo richiederebbe un saggio esplicativo: Metamorfosi 4 – Demone del Giardino degli Incanti, La Corte della Sibilla. ottavio_eleuteriLa creatura scolpita da Eleuteri somiglia a un pesce, penso subito agli uomini-pesce di H. P. Lovecraft, maestro dell’orrore (si veda il racconto Dagon). L’artista è nato a Montegallo, ai piedi dei Sibillini, e di certo frequenta fate e folletti nelle notti di luna piena, danzando accanto al lago di Pilato. È ossessionato da demoni e angeli (caduti), come quelli che sono descritti nel Libro di Enoch, spiriti del cielo innamorati della materia terrestre. Potrei trattenermi per ore a conversare con Ottavio di scienze occulte, magia, Cecco d’Ascoli, simbologie arcaiche ed entità che si muovono sul piano astrale, ma passo subito ad altro.
Emilio Patalocchi raffigura un collezionista di bottiglie vuote (per l’esattezza The collector of empty bottles-mixed media on wood), che mi fa subito pensare a dei bozzetti sfocati di Francis Bacon. L’uomo seduto sulla scranna sembra un mafioso messicano e come il farmacista Homais di Madame Bovary colleziona titoli e onoreficenze inutili e vane sul piano umano, in una rincorsa dell’inautentico. emilio_patalocchi
Rimango colpito dalla semplice espressività ottenuta da Delia Sforza in Io no, dove a destra si nota una faccia che sembra imitare quelle sculture africane che tanto influenzarono le avanguardie del Novecento. delia_sforza
Proseguo nelle mie contemplazioni a volo di libellula. Difficile non ravvisare un’impronta di inquietudine nel Collasso spazio-tempo di Giulio Paci, che mi rammenta gli studi del fisico Stephen Hawking sui buchi neri con relativi grafici e rappresentazioni visive. Tuttavia il dipinto di Paci somiglia quasi a una corolla di un fiore alieno e il corto circuito che si crea tra suggestione fantastica e ricerca scientifica sembra soddisfarmi. giulio_paci
Veniamo ora all’opera di Ilenia Fares; è una mini installazione a tecnica mista (tessuti, lana, acrilico) dal titolo emblematico: Preghiere nel sonno. Delle palline rosse di pon pon sembrano trasudare da un rettangolo bianco in alto, da cui emergono dei rami e una chiave dorata. In basso giace una bambolina dormiente, s’una tela rossa. Ammetto che ho subito pensato a delle gocce di sangue che piovono s’una bimba paralizzata, né morta né viva, sospesa in un sonno di pietra, ovvero in coma. In verità il titolo suggerisce un’altra strada. ilenia_faresL’artista mi confessa che in Oriente è comune vedere nei templi buddisti delle tavolette rosse votive con preghiere scritte rivolte agli Dei: le palline di pon pon alluderebbero a queste concrete preghiere. Inoltre la bambolina è un feticcio che dorme e sogna questo rosario purpureo di richieste. Anche se le interpretazioni divergono, l’effetto provocato nell’animo di chi osserva è lo stesso: un dolore emotivo, filtrato però da una delicatezza un po’ onirica.
È la volta di un quadretto che non so perché mi strappa un sorrisino sardonico: l’Autoritratto di Nima Tayebian. Mi occupo in genere di letteratura. E penso subito a qualche uomo del sottosuolo dostoevskiano, alonato di oscurità, che si aggira per un lubrico angiporto di una città marina. Capisco che a volte le mie “fruizioni” d’arte possano divenire quasi allucinazioni: è vero, ci metto molto del mio. nima_tayebian
Vorrei terminare questo mio breve (e parzialissimo) excursus con l’operetta semplice e allegorica di Annalisa Piergallini, Burattini e burattinai. Non c’è bisogno di spiegazione; lo stile è infantile e delizioso, un po’ come lo spiritello interiore dell’artista. Finalmente ecco qualcosa di inquietante, ma semplice. annalisa_piergallini
Non si offendano gli altri demiurghi se non ho fatto cenno alle loro creature, purtroppo non è stato possibile parlare con ognuno di loro e per me è essenziale il “fattore umano” o una certa affinità di poetica figurativa. Qui di seguito li cito, sperando di non tralasciare nessuno: José Gregorio Veneranda, Federica Orsetti, Stefania de Iulis, Dante Fazzini, Erika d’Elia, Pio Serafini, Alessia Corsalini, Marco Zaini, Sandro Di Vitantonio, Gabriele Conti, Gabriele Coccia e Fabio Zazzetti.
Ma rinnovo l’invito ai lettori. Venite a osservare questa piccola mostra collettiva e mettete nero su bianco qualche impressione, commento o suggestione. Non c’è bisogno di essere “critici” d’arte per provare quel sottile fremito lungo la spina dorsale, che ci dimostra la presenza della bellezza in tutte le sue accezioni (anche grottesca). Poi condividite il vostro “diario di lettura” qui nei commenti oppure nella pagina facebook del gruppo di artisti:

https://www.facebook.com/nowartnow?fref=ts
Fatevi avanti, non abbiate paura! L’importante è non essere attanagliati dall’indifferenza e dalla pigrizia, che avanzano ogni giorno di più nel nostro regno terrestre come il Nulla nella Storia infinita di Michael Ende.

Primo De Vecchis

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