Le “figure” di Ruggero Savinio nel Forte Malatestiano

Sabato pomeriggio, all’interno del Forte Malatestiano di Ascoli Piceno, si è tenuta l’attesa inaugurazione della mostra di pittura Ruggero Savinio: Fabula Picta. Erano presenti l’artista (classe 1934), nonché molti suoi amici intellettuali, poeti e artisti (tra questi spiccavano Eugenio De SignoribusAnnelisa Alleva, poeti). Molti altri amici del maestro sono giunti appositamente da Roma e hanno avuto l’occasione di ammirare per la prima volta gli spazi suggestivi del Forte, ex carcere giudiziario, che conserva ancora la struttura dell’”istituzione totale”. Dopo i saluti del sindaco, ha aperto le danze il prof. Stefano Papetti, che ha introdotto le opere dell’artista contemporaneo adottando il suo punto di vista vagamente “passatista”. Papetti ha elogiato l’originale intento di confrontarsi con i maestri del passato attraverso una rielaborazione personale, proiettata verso il futuro delle arti. Papetti ha elogiato inoltre le personalissime interpretazioni della Fanciulla con corona di Guido Reni e Il sogno del cavaliere di Raffaello, senza dimenticare la fascinosa Annunciazione di Beccafumi.

Domenico Beccafumi, Annunciazione, olio su tavola, 2012. cm. 49 x 52.

Domenico Beccafumi, Annunciazione, olio su tavola, 2012. cm. 49 x 52.

Savinio ha adottato per alcune opere la tecnica dell’olio su velluto, in verità molto antica; infatti il Prof. ha citato in proposito il Libro dell’arte di Cennino Cennini (scritto tra la fine del Trecento e gli inizi del Quattrocento), facendo notare come l’artista contemporaneo si sia in verità attenuto alle “regole” di esecuzione già accennate dal trattatista; una conferma dell’eternità dell’arte, dei suoi corsi e ricorsi stilistici, del connubio sempre fecondo tra innovazione e tradizione. In seguito è stata la volta di Claudio (anzi Clio) Pizzingrilli, il curatore della mostra, senza la cui caparbietà non sarebbe stato possibile forse portare a buon fine l’evento culturale in questione. Clio, con un linguaggio fluido e al tempo stesso ermetico, ha sottolineato l’importanza di allestire una mostra ad Ascoli Piceno attorno alle figure di Ruggero Savinio, artista appartato e serio, che persegue da anni una sua personale ricerca stilistica, esistenziale, senza vendersi per ottenere una facile fama (come il pittore alla moda del Ritratto di Gogol). Invitiamo a leggere (anzi a centellinare parola per parola) il saggio di Pizzingrilli, L’arte della pittura, inserito nel volumetto-catalogo della mostra, edito dalla Quodlibet di Macerata. Dopo gli applausi riservati a Clio, la parola è passata al professore Giorgio Agamben, filosofo di fama internazionale. Agamben ha formulato riflessioni molto importanti, che riguardano anche la città di Ascoli e i suoi musei. Infatti l’ultima mostra importante di Savinio si è tenuta due anni fa a Roma presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna. L’attuale esposizione del Forte Malatesta si pone quindi come naturale prosieguo di quell’avventura artistica iniziata a Roma pochi anni fa e situa il polo museale ascolano in una posizione di avanguardia nel panorama dei piccoli musei civici italiani. Ci pare una considerazione da tesaurizzare in vista degli eventi futuri, cercando quindi di ospitare contenuti di qualità e improntati alla ricerca. Inoltre Agamben si è mostrato un acuto esegeta del pittore, formulando l’idea della “figura sfigurata” di Savinio, inserita quindi nella dimensione della temporalità, della caducità, del declino. Vedremo in seguito come tale atteggiamento malinconico di Savinio (immobile contemplatore dell’entropia del creato) trovi negli ultimi tempi inattese vie di fuga, verso una possibile ricerca della felicità o almeno della serenità interiore, classica e armoniosa, cercando quindi di sopire l’inquietudine delle figure abbozzate e sfocate come certe opere tarde di Tiziano.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAInfine ha parlato l’artista stesso, ringraziando per le belle parole spese in suo onore e ha quindi invitato i presenti a osservare concretamente la mostra. I visitatori quindi, ascendendo le scalette del Forte, si sono ritrovate nel corridoio e nelle salette che ospitano le prime opere. Sarebbe vano riassumere la quantità di dipinti di originale fattura che qui si espongono. Invitiamo tutti a visitare Ruggero Savinio: Fabula Picta e a valutare con il pensiero degli occhi. In una stanzetta sono riuniti dei paesaggi non solo marini (da Procida 1-2-3 a Irlanda, Ballycastle, passando per Agrigento) di indubbia solarità e bellezza, che hanno colpito positivamente il gusto “passatista” e ottimistico del prof. Papetti. Questi oli su tavola in particolare (mentre Irlanda, Ballycastle è un olio su tela) sono nati da una serie di “appunti” presi in loco, ovvero da svariati acquerelli dipinti dal vero nei luoghi di vacanza, e conservano l’immediatezza del vissuto. Più avanti si può ammirare una sala che ospita forse i capolavori della mostra, a nostro modesto avviso. Due dipinti simili a bagliori dorati campeggiano uno accanto all’altro, Cetona, interno giallo e Ovidio, Metamorfosi, Danae. Nella parete di fronte invece spiccano dei dipinti più cupi e meditativi, come Viaggio di nozze notturno e Musa ultima. OLYMPUS DIGITAL CAMERA Lungo il corridoio si alternano paesaggi dal valore quasi sacro, tra i quali una versione moderna di Claude Lorrain e opere mitologiche, come una che rappresenta un episodio tratto dall’immancabile Ovidio, un pozzo di idee per artisti e poeti d’ogni epoca. Più avanti, se ci si addentra tra i cunicoli del Forte, all’interno di una saletta oblunga si può contemplare con un nodo alla gola un Autoritratto posizionato s’un cavalletto. Un’altra saletta un po’ asfittica ospita invece i disegni incorniciati. Più si avanza lungo il percorso e più il senso di vaga claustrofobia aumenta; alcune di queste salette erano delle celle di isolamento: crediamo che non vi sia scenario migliore per ospitare esposizioni di arte contemporanea improntate sull’inquietudine e sulla ricerca di un senso che non c’è. Ma non è finita qui; se si ritorna al punto di partenza e s’imbocca uno stretto corridoio con una vetrata sul lato sinistro, subito dopo uno schermo che proietta di continuo una intervista fatta all’artista, si può scendere ad ammirare un’altra saletta brulicante di quadri di piccole dimensioni. Non posso descriverli tutti, anche se ognuno di essi meriterebbe una digressione, una sorta di trasmutazione verbale (senza essere verbosi). Invito a osservare gli autoritratti, il rifacimento del Beccafumi, ma anche lo splendido prato verde di Villa Borghese, che sembra incantare la vista per un attimo.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAPoi se si scendono degli scalini, si può giungere nell’ultima sala della mostra. È la parte superiore della chiesa della Madonna del Lago, che è stata inglobata dalla Fortezza: si tratta di una sala molto ampia, alta e circolare, con alte e strette finestre che lasciano penetrare fasci di luce. È un luogo sacro, o almeno magico, vengono in mente i Cavalieri della Tavola Rotonda, antiche saghe e favole. E infatti è il luogo ideale per ospitare i grandi oli su tela dedicati alle fiabe dei fratelli Grimm (che danno il titolo alla mostra, Fabula Picta). Ne scelgo una tra tante, Cappuccetto rosso 1: osservate il cupo colore del lupo, che sembra intenzionalmente colare in un punto come una bava di sangue nero. È grande l’espressività , la sprezzatura di queste opere, che denotano mano ferma e sapiente tecnica, ma anche profondità poetica: «e, per dir forse una nuova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte, e dimostri, ciò che si fa, e dice, venir fatto senza fatica, e quasi senza pensarvi» (Giacomo Leopardi, Zibaldone, 2682). Più tardi ho scambiato poche, cordiali parole con il maestro. Abbiamo parlato in breve della pittura lombarda dell’Ottocento, di Scapigliatura e dintorni. Mi ha confessato di aver amato molto Daniele Ranzoni. Avevo sentito parlare di questo artista inquieto e sensitivo nelle pagine di uno scrittore sperimentale della nostra letteratura postunitaria: Carlo Dossi. Carlo (Alberto Pisani) Dossi fu uno scrittore eclettico e raffinatissimo, espressionistico e delicato; piacque molto a Gadda e Pasolini; Carmelo Bene lodò il suo stile in una intervista sull’Ulysses di Joyce; Gianfranco Contini lo definì l’iniziatore della linea espressionistica lombarda, che sfocia in un ampio delta nel Novecento. Dossi scrisse una sorta di Zibaldone, ma più stravagante e spigoloso di quello leopardiano, le Note azzurre. Qui lo scrittore dedica molti fulminei appunti (cronache brevi e ricordi) ad alcuni artisti scapigliati che conosceva di persona. Tra questi spiccano il pittore Tranquillo Cremona, lo scultore Giuseppe Grandi, ma anche il pittore Daniele Ranzoni, che a quanto pare era “pazzo” o almeno soffriva di qualche disturbo depressivo. Savinio ha trovato molto simpatiche le linee di Dossi dedicate a Ranzoni, spirito bizzarro e lunatico. Le riportiamo qui di seguito come conclusione del nostro breve excursus e vi invitiamo nel frattempo ad accorrere numerosi a contemplare nelle sale del Forte Malatesta l’arte autentica e profonda, che scorre nei meandri del tempo curvato verso l’eterno presente dell’ispirazione pittorica.

Primo De Vecchis

4844 – Appunti sui pittori T. Cremona e Ranzoni – utili per la Rovaniana – Cremona nella sua prima maniera levava le pelurie del pennello dalle faccie delle sue figure colla penna d’acciajo. La «Traviata» è di quell’epoca – Cremona, Ranzoni, Mosè Bianchi, Rinaldi ed altri lavoravano tutti contemporaneamente nello studio del prof. Bertini. Ranzoni, che aveva sin d’allora il ramo della pazzia, diceva a guisa di ritornello fra una pennellata e l’altra «mi voo a Intra». Ranzoni era fortissimo di spalle e trasportava su di esse accavalciati Grandi e Cremona, ciascuno dei tre recando due candele accese vin mano. E camminavano di notte per le strade, dicendo di fare la bestia infernale. Ranzoni, Grandi e Cremona erano chiamati i tre nani. Cremona però si vantava di essere più alto degli altri due «on pel de natura» […].

(Carlo Dossi, Note azzurre, a cura di Dante Isella, con un saggio di Niccolò Reverdini, Milano, Adelphi, 2010, pp. 686-87).

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