La pittura di Savinio e la Filosofia

Sabato pomeriggio si è svolta una visita guidata “particolare” all’interno di alcune sale del Forte Malatestiano dal titolo La pittura di Savinio e la Filosofia, a cura di Clio Pizzingrilli. Si trattava del terzo incontro a tema, dopo le “conversazioni” a tu per tu con i dipinti di Savinio dedicate rispettivamente alla favola e alla poesia.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAContemplare la pittura attraverso le categorie della filosofia è un esercizio ermeneutico che si può rubricare sotto la categoria di “estetica”, e quando parliamo di filosofia estetica risulta imprescindibile la conoscenza del tedesco, soprattutto di alcuni termini, che delimitano i concetti. La ricchezza concettuale della lingua tedesca è nota, tuttavia cercheremo qui di vulgarizzare i temi affrontati di sguincio, senza risultare troppo ermetici a un pubblico di profani.
In verità la digressione sempre stimolante di Clio è iniziata con la citazione di un romanzo inglese dell’Ottocento, che era già stato in parte lambito nella prima “lezione”. Si tratta de Il fauno di marmo, scritto da Nathaniel Hawthorne (noto a tutti per La lettera scarlatta) nel 1858 durante il suo soggiorno romano e pubblicato inizialmente nel 1860 con il titolo Transformation. La caratteristica precipua di questo romanzo americano (peculiarità condivisa dal Moby Dick di Melville) è quella di essere intervallato da svariate digressioni di ordine filosofico, la narratività non è pura (come oggi spesso accade nelle fabbriche dei best-seller omologati) bensì mista al saggismo, al filosofeggiare. Il fauno di marmo è quindi un romanzo “estetico” (in senso filosofico) e impregnato dello spirito dell’antichità, ovvero di fantasia mitologica, la radice della robusta fantasia degli antichi secondo Giambattista Vico (Scienza nuova) e secondo Giacomo Leopardi (che lega tale fantasia alla felicità: si tratta in fin dei conti dell’infanzia dell’umanità).
OLYMPUS DIGITAL CAMERAInfatti nel romanzo il personaggio di Donatello, dotato di orecchie a punta ben nascoste dai riccioli dei capelli, somiglia intensamente alla scultura di Prassitele che raffigura un fauno. La figura mitica del fauno ha ispirato fior di artisti: si pensi al poema sinfonico Prélude à l’après-midi d’un faune di Claude Debussy. Inoltre la protagonista Myriam è perseguitata da una sorta di spettro di nome Memmio (mezzo uomo e mezzo demone), che però può insegnarle in maniera magistrale la tecnica dell’affresco. Tale presenza è una sorta di “follower”, che potremmo anche tradurre con “scorta”. Clio suggerisce l’idea che in fin dei conti ogni artista ha un follower, qualcuno che lo insegue, una entità che oscilla tra il daimon e la musa forse. Lo “spettro” è la smania che agita l’artista nel compiere la sua opera. Il discorso vira sempre più verso il pittorico. Viene citato Paul Klee. L’artista entra dentro l’immagine e ne ricava l’essenza: per operare questo processo di trasfigurazione Klee scompone l’immagine in più parti e ricompone i pezzi di corpo decostruito nella sua opera Fragmenta Veneris (1938) per esempio. Così non otteniamo più la “pura visibilità” degli olandesi, ovvero la trasposizione pittorico-fotografica di ciò che l’occhio vede, bensì una interpretazione psichica del visibile. Nella pittura olandese, così precisa e scientifica, l’occhio passivo si sottoponeva al mondo, tuttavia persino nel visibile Vermeer c’è spazio per l’interiorità, come notò Proust a proposito della Veduta di Delft, soffermandosi a lungo sul significativo pezzo di muro giallo.
OLYMPUS DIGITAL CAMERAClio divaga, ma seguendo una sua interiore armonia, che può sembrare ostica al profano che non voglia calarsi in tale mosaico di riferimenti culturali. È la volta di Giorgio Colli, traduttore di Nietzsche per la casa editrice Adelphi, citato in quest’incontro per il suo concetto di rappresentazione (vorstellung) che in verità si trasforma in “ripresentazione”. Si tratta di uno spostamento di concetto minimale, che però ha risvolti inattesi. Cercando di chiarificare, diremo che la peculiarità del vero artista è quella di isolarsi dal mondo attraverso la “pura contemplazione” e di “ripresentare” le cose del mondo esterno attraverso questo distacco parziale, che quindi prevede quasi sempre un ritorno fatale nel mondo, simile a una rete illusoria pronta a catturarlo di nuovo. L’esito di questa momentanea fuoriuscita dal mondo e ripresentazione delle cose (sub specie aeternitatis e non sub specie temporis) è l’arte. Bisogna risalire alla Critica del giudizio di Kant per rinvenire l’impalcatura di tale apparato concettuale (che perviene fino a Schopenhauer e oltre).
OLYMPUS DIGITAL CAMERAPoi si passa ad analizzare l’immobilità delle figure saviniane, che si oppone pervicacemente all’idea di dinamismo della pittura propria del futurismo, ottenuta attraverso la pretesa di voler mostrare il movimento. Al contrario il movimento nell’arte è reso dall’immobilità, come mostra il Discobolo greco, che però costituisce uno stato di pura “potenza”, dove sussiste la possibilità di poter fare una cosa e poi di non farla (la “volontà di potenza”, se dobbiamo citare ancora Nietzsche). La magia della pura potenza si evidenzia anche nella trazione della “figura” dalla “chora” platonica (la materia oscura, il grembo, da cui si originano le cose), della quale si parlò nella prima lezione: la figura che ne emerge però è irrealizzabile, abbozzata, incompiuta, come certi frammenti di Rodin.
Infine Savinio condivide con Hawthorne la passione per la mitologia, che è un modo per schierarsi con gli antichi, per i quali ogni evento era la manifestazione di un particolare dio (l’amore, la guerra, ecc.). Ci avviciniamo così all’orbita di un neo-romanticismo e non a caso Clio cita Friedrich Schlegel e la necessità di ricostruire una nuova mitologia ma in una nuova idealità. D’altronde anche i fratelli Grimm, dai quali è partita l’idea della mostra, partecipano di quella temperie romantica, così strettamente legata alla cultura tedesca.
L’incontro a tema termina con un quesito al quale vengono date soluzioni opposte. L’arte serve a qualcosa? Secondo Kant l’arte si rivela attraverso una sorta di disinteresse estetico, dove l’osservatore deve solo essere catturato dall’opera. Mentre Lukacs sostiene che l’arte deve curare dalle cose che non vanno, riferendosi quindi all’opera di Brecht. Tuttavia alla fine di tutto riecheggia una frase di Rilke, quasi sussurrata con mestizia, che suggerisce “Tu devi cambiare la tua vita”, il che vuol dire che non devi cambiare la vita all’interno dell’esistenza, bensì rovesciare la tua vita.
OLYMPUS DIGITAL CAMERACon questa chiosa un po’ enigmatica (ma non troppo, per chi ha seguito il ciclo di incontri) si conclude il dialogo pensoso e introverso di Pizzingrilli con le opere di Savinio, che come sfingi sembrano ancora interrogare l’osservatore nel silenzio istituzionale totale delle sale del Forte Malatesta, che un tempo fu fortezza militare, ma anche carcere giudiziario. Di certo non ci fu mai forse struttura architettonica migliore, bizzarra, creativa e non meramente funzionale, per accogliere le opere pittoriche di un artista enigmatico e profondo come Ruggero Savinio.

Primo De Vecchis

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