I mostri di Zuccari prestati al museo di Norimberga

Esistono diverse emanazioni della bellezza. Di solito consideriamo bello qualcosa di idilliaco, ordinato, calmo, solare, placido, è l’ideale classicistico del bello, se vogliamo. Ma esiste anche un godimento estetico che nasce dal “sublime” e persino dal “terribile”.

Franz von Stuck, “Medusa”, 1892.

L’osservatore rimane letteralmente paralizzato dalla bellezza terrificante: si pensi a coloro che vogliono filmare a tutti i costi un tornado, che sta distruggendo tutto ciò che incontra a poche miglia di distanza. Oppure si pensi a una tempesta nel mare osservata a debita distanza dalla costa, con le nubi nere che lampeggiano cariche di elettricità. Potremmo anche chiamarla “bellezza gorgonica”. Esiste anche una estetica del brutto, del mostruoso, ma soprattutto del tremendo (è stato merito del Romanticismo tedesco l’aver messo al centro dell’attenzione queste peculiarità). Inoltre il romanzo Gotico non poteva che nascere nel Nord Europa, dove il clima è più rigido e talora malinconico. Questa premessa serve a introdurre una mostra davvero singolare, che si terrà presso il Germanisches Nationalmuseum di Norimberga dal 7 maggio al 6 settembre 2015, “Mostri. Immagini fantastiche tra l’orrore e il comico”: http://www.gnm.de/ausstellungen/aktuell-und-vorschau/monster/

Federico Zuccari,

Federico Zuccari, “Allegoria della Calunnia”, 1569.

Se siamo qui a parlarne è perché la Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno partecipa all’esposizione con un suo olio su tela, gentilmente prestato per l’occasione. Si tratta del dipinto di Federico Zuccari e bottega, Allegoria della Calunnia, risalente al 1569. L’olio su tela dai colori vivaci è infatti una complessa allegoria, che oggi può lasciarci un po’ freddi, ma che presenta dettagli “mostruosi” davvero singolari. Federico dipinse il quadro proprio per difendersi dalle calunnie di molti suoi detrattori, che provocarono il suo esonero dalla direzione dei lavori artistici presso il Palazzo Farnese di Caprarola da parte del cardinale Alessandro Farnese il giovane, stanco delle ripetute assenze dell’artista e del lento avanzamento dei lavori. L’Allegoria della Calunnia era un tema che aveva avuto già una certa fortuna in età classica. Lo scrittore satirico greco Luciano di Samosata nella sua opera Non bisogna credere facilmente alla calunnia narrava il caso del pittore Apelle, il quale per primo raffigurò il tema arricchendolo di numerose personificazioni. Zuccari prese spunto da tale esempio illustre, introducendo variazioni.

Qui di seguito faremo solo notare le “mostruosità”, come l’allegoria della Frode, posta al centro della composizione, che ha un corpo d’uomo, la gambe a forma di due serpenti e le braccia simili a zampe leonine. Il Furore cieco, a sinistra, ha il corpo incatenato e davanti a lui, di spalle, spicca una arpia, con la coda ondulata, le ali spiegate e il corpicino quasi da pollo, con le costole bene in evidenza. Le arpie sono magnifici mostri mitologici, per metà donne e per metà uccelli. Vengono in mente i versi di Dante: «Ali hanno late, e colli e visi umani, / piè con artigli, e pennuto ‘l gran ventre; / fanno lamenti in su li alberi strani» (Inferno, XIII, vv. 10-15). Sempre a sinistra, seduto s’un trono, appare il re Mida con le lunghe orecchie d’asino, che assume il ruolo di giudice maligno, mentre ascolta l’Ignoranza, la quale genera il Sospetto e l’Invidia. La calunnia quindi è un furore violento. Alle spalle del re, s’innalza immota la sapienza di Minerva, alla quale però non viene dato ascolto. Il gruppo a destra si discosta dall’iconografia classica: troviamo il giovane pittore diffamato, salvato da Mercurio e guidato dalla nuda Innocenza, che reca in mano un ermellino, la quale libera l’artista dalle catene della schiavitù. Da notare il quadretto sullo sfondo, dove i contadini soffrono la perdita del raccolto a causa della grandine improvvisa. Insomma siamo sicuri che i mostri allegorici di Zuccari non sfigureranno di certo in mezzo ai demoni infernali, ai vampiri seducenti e ai mostri mitologici, che troveranno ospitalità nelle sale espositive del Germanisches Nationalmuseum di Norimberga, in una mostra singolare che farà parlare di sé per un po’ di tempo.
Primo De Vecchis

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