Galeotto Malatesta, tiranno sanguinario (Cap. I)

Le disgrazie non arrivano mai da sole. Nella prima metà del Trecento la città di Ascoli Piceno dovette sopportare la peste nera, la carestia, la fame, l’invasione delle locuste nelle fertili campagne, persino delle scosse di terremoto (tuttavia Sant’Emidio vegliava sulla città), ma anche il flagello forse più insidioso, poiché generato dall’avidità del cuore umano, ovvero la tirannia di Galeotto Malatesta, signore di Rimini.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’arrivo della soldataglia di Galeotto era stato salutato con gioia e approvazione dal popolo ascolano, che pensava così di avvalersi di un sagace condottiero per poter contrastare lo strapotere degli acerrimi nemici di Fermo, capitanati da Gentile da Mogliano. I fermani infatti, non paghi di aver collezionato una serie di vittorie, ridussero in cenere persino il Porto di Ascoli, che doveva trovarsi nelle attuali umide plaghe della Sentina. Dovette inoltre sembrare un flagello biblico l’arrivo di folte nubi di locuste plananti dal cielo, le quali andarono a posarsi sulle campagne del Piceno, divorando ogni sorta di vegetale brano a brano. Qualcuno incolpò le cavallette di aver portato la peste, come gli untori di manzoniana memoria.

ascoli_nel_trecentoMa il vero flagello degli anni a seguire fu l’arrivo di Galeotto Malatesta nel 1348, invitato dagli ascolani stessi, che pensavano così di addomesticare il drago per poi adoperarlo a loro vantaggio. Galeotto invece, figura arcigna e crudele, impiantò una vera e propria tirannia personale, lasciando dietro di sé una scia di sangue e violenza fratricida. Malatesta si preoccupò di fortificare la città, per difenderla e dominarla meglio: costruì due rocche, una di queste era situata sulle rive del Castellano e divenne il suo quartier generale, il suo palazzotto di despota vendicativo. Dobbiamo immaginarcelo mentre si aggirava per le sale e i corridoi del suo fortilizio, a rapide falcate, in su e in giù, nervosamente, meditando qualche vendetta e programmando un futuro imprigionamento. Gli ascolani, infatti, accortisi delle mire di strapotere del signore riminese, cominciarono a congiurare contro di lui, a ordire tranelli e ad affilare pugnali dalla lucida lama. Ma Galeotto era astuto, attento e paranoico come ogni tiranno che si rispetti, e sventò per esempio una congiura, grazie alla soffiata di un tizio, novello Giuda, che vendette i suoi compagni per cento fiorini d’oro.

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La vendetta di Malatesta fu atroce, degna di un film di Sam Peckinpah: attaccò i quattro ribelli alle code dei cavalli e li fece trascinare per le vie della città, madidi di sangue per le torture ricevute. Giunti in Piazza Arringo fece squartare i corpi e i brandelli di carne grondanti di sangue furono issati sulle picche dei soldati. Il tutto avvenne proprio di fronte all’abitazione del vescovo Isacco Bindi, che deprecò il fatto crudele e sfidò apertamente il tiranno, finendo per essere a sua volta imprigionato in una cella del Forte. La Fortezza quindi era il piccolo regno di Galeotto, intessuto di sadismo e crudeltà, dove gli imprigionati venivano sottoposti a torture e talora giustiziati. All’imprigionamento del vescovo e dei suoi fratelli seguì il saccheggio delle chiese cittadine.

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Ci sarebbe altro da dire su Galeotto e la sua tragica fine, magari in un’altra occasione.
Il Forte che oggi vediamo non è più quello originario, ha subìto sostanziali riedificazioni e rimaneggiamenti, a partire da quello di Antonio da San Gallo il Giovane. Tuttavia qualche persona sensitiva può ancora avvertire nelle notti illuni la presenza inquieta dello spirito di Galeotto aggirarsi per le segrete stanze, i corridoi e le scale del Forte Malatestiano, magari trascinando catene e suppliziando parvenze.

Primo De Vecchis

P.S.: Per chi volesse approfondire consigliamo vivamente la lettura dei volumi dello storico locale Antonio De Santis, Ascoli nel Trecento, stampati ad Ascoli nel 1984 e reperibili nelle biblioteche locali del Piceno.

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