Le ceramiche odorose chiamate Buccheri

In occasione delle tre giornate dedicate a Buongiorno Ceramica! (29-30-31 maggio) saranno esposte nel Museo di Arte Ceramica dei frammenti di vasi rossastri del Seicento chiamati “buccheri” (da non confondersi con il vasellame etrusco rinvenuto successivamente), la cui peculiarità è quella di emanare un gradevole odore di terra a contatto con l’acqua; riportiamo qui di seguito la scheda esplicativa dei manufatti.

I vasetti rossastri qui esposti, recentemente recuperati nei depositi della pinacoteca civica, hanno la peculiarità di emanare un gradevole odore di terra appena vengono inumiditi con dell’acqua. Questi frammenti di vasi prendono il nome di Buccheri e non devono essere confusi con il vasellame di provenienza etrusca, di colore scuro.

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In verità con la parola “bucchero” s’intendeva propriamente una terra odorosa di colore rossastro-scuro, che veniva adoperata fin dal XVII secolo per produrre pastiglie profumate che venivano persino masticate. Questa stessa terra odorosa veniva utilizzata anche per la produzione di vasi e tazze di colore rossastro, privi della vernice a smalto all’esterno, che avevano la peculiarità di conservare l’acqua fresca e profumata. Questi buccheri, plasmati di terra odorosa, si producevano soprattutto in Portogallo nella località di Estremoz (da cui “buccheri d’Estremoz”), ma anche nel Nuovo Mondo, ovvero in Messico (nei conventi di Guadalajara), Cile e Perù. In Italia, come in altre nazioni d’Europa, si diffusero dal Seicento fino alla prima metà del Settecento e divennero veri e propri manufatti di “moda” per le famiglie patrizie.

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I buccheri che si conservano nella Pinacoteca di Ascoli Piceno appartengono infatti al lascito del vescovo Alessandro Maria Odoardi. Per ricostruire la storia di questi manufatti un tempo di gran moda e oggi dimenticati è necessario andarsi a leggere il singolare saggio in forma di epistolario di Lorenzo Magalotti (Roma 1637 – Firenze 1712), Lettere sopra le terre odorose d’Europa e d’America dette volgarmente buccheri (datate 1695, ma pubblicate postume solo nel 1825). Le otto lunghe lettere (spesso conosciute anche Lettere odorose) furono inviate dall’erudito romano alla Marchesa Ottavia Strozzi e costituiscono ancora oggi un documento d’eccezione sull’origine, l’utilità e la storia delle “terre odorose” dalle quali venivano plasmati i buccheri.

magalottiL’opera singolare e brillante di Magalotti (membro dell’Accademia del Cimento, raffinato intellettuale) non è solo ricca di curiosità erudite, motti brillanti, anneddoti arguti, ma suggerisce anche una filosofia (per non dire una teologia vera e propria) fondata sui sensi e sui piaceri sottili e quasi mistici che l’anima prova a contatto con le sensazioni olfattive. L’odore di terra fertile emanato dai vasetti rossi detti buccheri stimola così le facoltà dell’anima, la quale uscendo fuori di sé grazie al diletto sensoriale può riallacciarsi così alla matrice creativa dell’universo, del quale la madre terra (odorosa) è una manifestazione. Per Magalotti il senso dell’odorato, così intriso di mistero e indeterminatezza, a contatto con l’anima può suggerire una esperienza persino di natura mistica, che trascende l’odore stesso emanato dalla materia creata.

magalotti3In tal senso Magalotti, proprio attraverso le Lettere odorose, può essere definito un precursore di tutta una serie di considerazioni estetiche (ed estatiche) che a partire dal decadentismo francese si diffonderanno in tutta Europa a partire dall’Ottocento fino alle sontuose invenzioni letterarie di Marcel Proust e Gabriele D’Annunzio.

Primo De Vecchis

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