Inaugurazione della mostra “L’oro e le ombre” di Monica Ferrando

Sabato pomeriggio si è svolta l’inaugurazione della mostra di pittura contemporanea di Monica Ferrando dal titolo L’oro e le ombre presso gli spazi del Forte Malatesta. Fuori il sole pomeridiano picchiava con crudeltà, così i fortunati presenti hanno trovato un refrigerio culturale all’interno del Forte. All’inaugurazione erano presenti il sindaco Guido Castelli, il direttore artistico dei musei Stefano Papetti, il funzionario comunale nonché scrittore e curatore della mostra Clio Pizzingrilli, il noto artista Ruggero Savinio e l’artista autrice delle opere esposte Monica Ferrando.

Foto di Marta Peroni

Foto di Marta Peroni

Tutti quanti sono intervenuti, spendendo parole di stima per l’arte della pittura e per la città che ospita il singolare contenitore culturale del Forte, ex carcere giudiziario, divenuto ormai museo d’avanguardia, senza però perdere il legame con la tradizione. Il tema dominante infatti è stato proprio questo: la mostra della Ferrando si pone in diretta continuità con quella di Savinio. Clio Pizzingrilli ha puntualizzato come entrambi gli artisti rivelino un “comune aggirarsi attorno ai miti” e un’attenzione pervicace all’antica arte della pittura, alle “figure del mito rivelate come apparenze”, il che non è scontato in tempi di bulimia di installazioni-provocazioni artistiche contemporanee (anche se ormai si assiste a un certo reflusso, complice anche lo sgonfiarsi della bolla finanziaria , che gonfiava anche molta arte dedita all’impostura provocatoria, come certi prodotti finanziari iperstimati rivelatisi poi “spazzatura”).

Foto di Marta Peroni

Foto di Marta Peroni

D’altronde lo stesso guru economico Roubini ci ha messo in guardia, rivelandoci che molti feticci di consumo dell’arte contemporanea sono il veicolo privilegiato per riciclare ingenti somme di denaro sporco, di qui le bolle, le costruzioni artificiose del mercato, il vuoto di contenuti. Clio inoltre ha sottolineato come sia curioso che debba essere una città marginale come Ascoli Piceno (che secondo Manganelli probabilmente non esisteva) a rilanciare un discorso sulla pittura memore della tradizione e attenta a restituire (o ripresentare) le parvenze del mito catturabili dalla procedura pittorica tramite la paralisi trasfiguratrice del divenire esistenziale. Dopo Clio la parola è passata a Stefano Papetti che ha concentrato la sua attenzione sempre acuta e formalista su uno scritto della Ferrando, dove si rievoca la passione per la pittura nata in tenera età dai fascicoli dei “Maestri del Colore”, che rivoluzionarono la comunicazione dell’arte, proponendo immagini a colori e non in bianco e nero (si pensi all’antipatia di Federico Zeri per le riproduzioni a colori delle opere d’arte).

Foto di Marta Peroni

Foto di Marta Peroni

Papetti è un noto passatista, occupandosi spesso dell’arte che va dal Trecento al Seicento circa, ma ammette di trovarsi a suo agio sia con le opere di Savinio che con quelle della Ferrando, proprio per il recupero del mito in chiave orignale e moderna. Papetti ha inoltre l’occhio acuto (e ironico) del formalista, l’intuito fulmineo del conoscitore d’arte esperto ed elogia della Ferrando quelle fascinose figure mitologiche affioranti da una intensa luce dorata, che si distanzia dalla tradizione. Qui il fondo d’oro non solo rivela le figure (come accadeva con le icone) ma pare fagocitarle con eleganza; la luce dorata che s’irradia dalle figure le rende meno visibili ai nostri occhi, quasi misticheggianti, come certe raffigurazioni dei serafini. Infine Papetti spende parole di apprezzamento sia per i taccuini di viaggio esposti in teche su ripiani obliqui di velluto, che richiamano i taccuini degli artisti del Gran Tour, sia per i disegni incollati uno accanto all’altro in un lunghissimo nastro di carta alla maniera di Poussin (che ricordano quasi certi disegni di Fortunato Duranti). È la volta di Ruggero Savinio, che afferma di trovare familiare il territorio pittorico ferrandiano. Anche Savinio ha sempre apprezzato Poussin al di sopra di altri pittori (per la fusione di precisione e pathos).

Foto di Marta Peroni

Foto di Marta Peroni

Ruggero inoltre è rimasto folgorato dallo splendido olio su tela della Ferrando dal titolo Kore, una fanciulla avvolta da un manto rosso la cui figura si staglia sul fondo verde della vegetazione: bastano questi due colori, il rosso e il verde così accostati, a trasmettere una sintesi poetica del mondo mitico. Mito e pittura provengono dal medesimo grembo opaco, come insegnava il filosofo Gianni Carchia. Inoltre è fondamentale ribadire l’autonomia del linguaggio pittorico, che in quanto tale è sempre “contemporaneo”, al di sopra del divenire, nel territorio dell’Essere, proprio come il mito. Dopo le raffinate considerazioni di Savinio, tocca a Monica Ferrando ringraziare gli ospiti, gli amici e la città di Ascoli (nella persona del sindaco Castelli, che è soddisfatto della qualità culturale dell’evento). Inoltre le lodi della Ferrando corrono alla pittura di Savinio, che le ha trasmesso l’amore per le figure antiche e alla pittura stessa, intesa però come “lode muta per il visibile e la luce”, parole conclusive che ci paiono felici e belle.

Primo De Vecchis

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