La terra vista dalle donne: da Gina Pane a Moira Ricci

L’ultimo spazio della Galleria Licini, che ospita la mostra Qui non si canta al mondo delle rane, è dedicato alle opere di Moira Ricci.

1-smallLa giovane artista (classe 1977) è nata a Orbetello: la sua origine toscana è fondamentale per comprendere i tratti della sua espressione artistica.

Il video proiettato all’interno della Galleria liciniana, Dove il cielo è più vicino (2014) è stato infatti girato nella Maremma toscana. La videocamera dalla prospettiva mobile e progressiva di un drone prende dall’alto un falò che viene acceso in mezzo all’arida steppa, prendendo la forma di un cerchio nel grano: l’elemento del folklore (si pensi al testo letterario-antropologico di Cesare Pavese, La luna e i falò) si fonde con una prospettiva fantascientifica, considerando che i cerchi nel grano sono spesso associati all’intervento (a distanza) di civiltà aliene sulla nostra superficie terrestre. Tale compenetrazione di tradizione (realismo antropologico) e prospettiva complottista e misteriosa circonda la realizzazione video (tra l’altro molto breve) di un alone di indubbia suggestione.
Inoltre la terra viene intesa come grembo originario e familiare. Vengono in mente le parole di Pasolini recitate da Orson Welles ne La ricotta: “Io sono una forza del passato. Solo nella tradizione è il mio amore.”
E ciò ci rimanda alla terra protetta e femminile di Gina Pane le cui foto campeggiano in Galleria.

senza titolo-0081L’altra opera in mostra è costituita da una serie di stampe montate su plexiglass che prendono il nome di Per sempre con te fino alla morte (2012). Ancora una volta prevale l’elemento autobiografico che viene però trasfigurato da uno sguardo iconico teso a fermare, quasi a paralizzare, gli attimi incandescenti del vivere per cristallizzarli in una forma artistica.

L’occasione scatenante è stata la prematura scomparsa della madre nel 2004. “L’intero progetto ripercorre la storia d’amore tra i due genitori, così come vista dalla figlia, tramite alcuni momenti chiave: il corteggiamento (sono presentati degli estratti di lettere che i due, da innamorati, si sono scambiati), la memoria dell’amata […] e la vedovanza […]. Questi tre lavori si articolano in una riflessione più ampia sulle relazioni amorose nel contemporaneo, chiedendosi come – e se – si siano evolute rispetto al passato.” (informazioni tratte dal catalogo della mostra, organizzata da Arte Contemporanea Picena, a cura di Andrea Bruciati).

senza titolo-0080L’elemento intimo e personale dell’opera avvicina la ricerca artistica contemporanea (di solito più algida e cerebrale) a una dimensione umana ed emotiva, permanendo però cristallina nella sua pacatezza formale.

In tal senso ci pare che la Ricci sappia dialogare proficuamente con Gina Pane, che non scindeva mai la provocazione corporeo-performativa da una dimensione più che intima, quasi viscerale, dove l’emotività era così profonda e affilata da tramutarsi paradossalmente in immobilità simbolica.

Non abbiamo ancora fatto cenno però a un altro contributo di Francesca Grilli, ospitato nella saletta dei Maestri del Novecento (dove adesso viene proiettato il video spiritico di Yuri Ancarani): stiamo parlando di Kepler 62h (2015), una stampa calcografica su carta. L’opera interroga ancora una volta la materia dotata di senso. Per i Dogon, popolo africano, il fegato era l’organo all’origine dell’emotività del linguaggio. L’artista adopera quindi bile e inchiostro (la parola rabbiosa) “materiali usati su lastre incisorie poi immerse nell’acido, per creare una matrice-scultura, da cui è possibile creare disegni-mappe che assumono un valore documentario dell’intero processo” (frammento dal catalogo della mostra).

20150728_152546[1]Ancora una volta la rabbia, il sentimento istintuale, si tramuta in simbolo, allegoria, cristallo, opera ferma e immobile da sviscerare con la fantasia.

L’autentica arte contemporanea si preoccupa di far riemergere le immagini simmetriche dell’inconscio, talora spaventevoli, dando loro un ordine e una forma sovrane.

Proprio come gli angeli ribelli di Licini che visitavano l’artista nelle notti di luna, lassù a Monte Vidon Corrado, come dei jinn, dei daimones socratici, delle entità esoteriche, rabbiose, gentili, ma di certo ispiratrici.

La Galleria Licini ancora una volta si anima di un flusso creativo e ininterrotto che collega tradizione e sperimentalismo, classicità e avanguardia.

Primo De Vecchis

con la collaborazione di Marta Peroni

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