Amori (museali)

Può capitare d’innamorarsi d’una ragazza effigiata in un dipinto, anche se costei ha ormai varcato da tempo la soglia dell’Oltretomba. La Pinacoteca Civica accoglie nelle sue sale e gallerie molte belle donne immortalate sulla tela e oggi vorrei parlarvi di quelle soavissime fanciulle che adornano la Sala delle Colonne al secondo piano.

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Luigi Napoleone Grady, “Dopo la lettura”.

Alcune mostrano un viso malinconico, altre “si mostrano” più sensuali e desiderose di vita (e forse di carezze): eppure sono solo creature dipinte, direte voi, è vero, ma la magia dell’arte figurativa, soprattutto nell’Ottocento, ancora legato ai canoni del realismo, è quella di restituire una scintilla di vita a ciò che è semplicemente inanimato; in tal senso l’artista, chiamato spesso “artefice”, imita il Creatore, ovvero il “demiurgo”.

Come dicevo, svariati ritratti femminili sono stati raggruppati nella Sala delle Colonne, dove sono in presenti in verità opere del deposito della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma. Non mancano le consolles barocche di legno dorato con il ripiano marmoreo, ma di certo non sfugge all’occhio, sempre bramoso, la presenza di un busto in marmo del “giovane favoloso” Giacomo Leopardi, che si bea di cotanta grazia (l’opera in marmo è di Riccardo Gabrielli, scultore ascolano, che diresse la Pinacoteca dal 1918 al 1949).

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Gaetano De Martini, “Dopo il bagno”.

Proprio alle spalle di Leopardi, che com’è noto a tutti fu infelicissimo in amore, spicca l’olio su tela di Luigi Napoleone Grady (Santa Cristina, 1860 – Brusimpiano, 1949) dal titolo Dopo la lettura. La tela ritrae una figura di donna mollemente distesa s’un canapè con un libro in mano. La ragazza, ormai stanca o sazia di leggere, solleva lo sguardo e lo rivolge soavemente verso lo spettatore, con fare trasognato: insegue un vago pensiero, una lieta fantasia, recupera un ricordo o forse immagina un avvenire nutrito di nuovi amori. Indossa una gelida collanina di perle, che le adorna il collo pallido e statuario; la veste leggera le si apre sul petto e lascia scoperti i seni, in modo naturale, senza nessun’ombra di malizia. Quest’opera così viva e dolce allieta la sala con il suo soggetto.

Le altre donne presenti non sono così affascinanti e misteriose, ma meritano una menzione. Gaetano De Martini (Benevento, 1840 – Napoli, 1917) in Dopo il bagno ha raffigurato una ragazza ancora più sensuale, distesa tra le piume del letto con un languore artificioso, con in mano una tazzina di tè già centellinato. Il viso è in ombra, mentre il busto mette in mostra tutto il suo pallore; nel frattempo un lenzuolo scuro le copre le gambe. Il dipinto gioca molto sull’esotismo e sulla facile sensualità di quella corrente che prese il nome di “fortunismo”, la quale recuperò sontuose ambientazioni pompeiane dell’antica e sibaritica vita romana dell’alta società. Ma l’opera è un po’ di maniera.

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Giacomo Grosso, “Ritratto di signora”.

Altrettanto fredda, ma elegante e signorile, è la donna fermata da Giacomo Grosso (Cambiano, 1860 – Torino 1938) nel suo Ritratto di signora. Qui senz’altro la donna è molto più vestita e aristocratica, ma la sua compostezza ci appare piuttosto algida, benché raffinata. La bella donna è la figlia del pittore, Cristina. Ma la maestria del pennello si esercita per lo più sulla serica stoffa rosea dell’abito sontuoso. Da notare comunque lo sguardo partecipe di Cristina, dal viso leggermente inclinato di lato e per ultimo il fluido design della seggiola, che accoglie il dolce peso della gentildonna.

«Affàcciati alla finestra amore mio» cantava spensieratamente qualche anno fa Jovanotti in Serenata Rap. E in effetti la ragazza dipinta da Edoardo Tofano (Napoli, 1838 – Roma, 1920) sembra rispondere a questo richiamo. Il titolo è Dove il cuor chiama. Qui il tema della ragazza affacciata al balcone si arricchisce di una duplice luminosità, quella malinconica della luna che avvolge anche le piante rampicanti e pendule dalla ringhiera liberty, e quella artificiale proveniente dagli interni della casa, schermata dalle persiane chiuse, che la muta in un bagliore rossastro.

Edoardo Tofano,

Edoardo Tofano, “Dove il cuor chiama” (dettaglio).

L’ultima ragazza che vorremmo qui ricordare è opera di Daniele De Strobel (Parma, 1873 – Camogli, 1942) e prende il nome di Rose e spine. Qui lo sguardo della donna è malinconico e decadente, ella siede s’una seggiola semplice e austera di legno, le mani intrecciate sulle ginocchia sembrano tormentarsi, il vestito è ombroso e mesto. S’una scrivania è poggiato un vaso di fiori con delle rose che perdono dei petali, una natura morta allegorica, che riflette lo stato d’animo della donna, in attesa forse dell’amore, che è anche il suo tormento sottile (rose e spine). Sulla parete in fondo, sopra i fiori, pende un magro crocifisso. In fin dei conti anche noi siamo figli della decadenza, poiché ci attardiamo ancora con sguardi lenti di fronte a queste ragazze che un tempo gioirono e soffrirono per amore e che oggi non sono più.

Daniele De Strobel,

Daniele De Strobel, “Rose e spine” (dettaglio).

Non a caso l’ultimo capolavoro da contemplare è di Luigi Nono (Fusina, 1850 – Venezia, 1918) e s’intitola Pax. L’artista ha posto un ciliegio in fiore al centro della composizione, circondato dal verde dei prati; ma alle sue spalle, in lontananza, a destra, fa capolino il cimitero di S. Anna, che si trova ad Asolo, in provincia di Treviso. Qui sarà seppellita nel 1924 Eleonora Duse, vera e propria “tigre reale” di quegli anni, acclamatissima attrice di teatro, amante di D’Annunzio, protagonista de Il Fuoco (1900).

Il verde intenso del dipinto ispira un senso di serena accettazione della morte, accentuata dal candore delle nubi che si accavallano in cielo, che però non possono gareggiare col bianco splendore della chioma fiorita del ciliegio. In tal caso il realismo descrittivo si stempera in simbolismo obiettivo e la vita concreta ci appare come specchio enigmatico di un’altra vita di là da venire.

Primo De Vecchis

Luigi Nono,

Luigi Nono, “Pax”.

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