Il secondo quadro di Caravaggio è arrivato in Pinacoteca Civica!

Il 12 aprile è arrivato in Pinacoteca Civica il secondo dipinto attribuito a Caravaggio, copia del quadro di Carpineto Romano già presente, sin dal suo esordio, alla mostra “Francesco nell’arte: da Cimabue a Caravaggio”. Quest’opera, proveniente da una collezione privata di Malta, va ad impreziosire ancor di più tale esposizione, permettendo a tutti gli appassionati e studiosi d’arte di poter comparare le due versioni, notandone le somiglianze e le differenze, con sguardo curioso e attento ad ogni minimo particolare.

Nella metà del Settecento l’opera in esame appare nel testamento redatto dal Vescovo di Malta Paul Alpheran de Bussan, il quale lo ascrive tra i dipinti di sua proprietà e lo lascia al Barone di Remsching. Nel corso dell’Ottocento, il “Francesco in meditazione” è acquisito da una nobile famiglia maltese e solo nel 2005 è passato all’attuale proprietà e nel 2007 esposto per la prima volta.

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Foto di Marta Peroni

Esiste anche un’altra copia custodita nella chiesa romana di Santa Maria Immacolata Concezione di via Veneto, ma l’ipotesi più accreditata vuole che la prima versione sia quella di Carpineto Romano, dipinta da Caravaggio probabilmente nell’estate del 1606 quando, dopo aver ucciso Ranuccio Tomassoni, fugge da Roma per rifugiarsi nei feudi della famiglia Colonna sui colli Albani, nei pressi di Carpineto.

Secondo gli studiosi e critici d’arte, l’opera maltese deve essere ritenuta una copia del Caravaggio, soprattutto per la tecnica usata. Caravaggio dipinge “alla prima”, senza un disegno preparatorio. Infatti, nel San Francesco di Carpineto Romano si nota questo e si possono vedere dei “pentimenti”, soprattutto nel cappuccio, che in seguito è stato smussato per l’ordine dei Cappuccini; in precedenza, infatti, era a punta, così come lo portano i Francescani ai quali inizialmente era dedicato. Nel quadro di Malta, invece, l’autore ha tracciato la figura di Francesco con un sottilissimo disegno preparatorio, rilevato dalla riflettografia sia sul volto del santo sia lungo il profilo del saio, in particolare nel colletto e nel cappuccio, sia attorno al teschio, alla croce e tra le dita della mano. Inoltre, rispetto al consueto procedimento adoperato da Caravaggio, chi ha dipinto la versione maltese ha proceduto per velature, non ricorrendo quasi mai all’impiego della preparazione, “a risparmio”, velando anche i mezzi toni dell’incarnato e i bruni del fondo con un colore affine a quello della preparazione (dal Catalogo della mostra Francesco nell’arte: da Cimabue a Caravaggio – Antonio D’Amico).

 

 

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Foto di Marta Peroni

La tela di Malta, poi, sembra essere una sintesi tra i dipinti romani della chiesa di San Pietro di Carpineto Romano e di quello presente nella Chiesa di Santa Maria Immacolata Concezione. Secondo le indagini diagnostiche eseguite sul quadro da Claudio Falcucci nel 2012, infatti, se la presenza del quadrifoglio, i piccoli ciuffi d’erba ai lati della roccia dove è stesa la croce, la linea di giunzione tra le ossa del cranio, la conformazione delle pieghe e dell’ombra del braccio destro e i fili strappati del saio che si sovrappongono sulla mano sono elementi riscontrabili anche nell’esemplare romano di Santa Maria Immacolata Concezione, la forma del pollice della mano, dell’unghia e della distribuzione delle luci, ma soprattutto la parte rocciosa dello sfondo e il disegno della toppa appena sotto il cingolo, si ritrovano nel quadro di Carpineto (dal Catalogo della mostra Francesco nell’arte: da Cimabue a Caravaggio – Antonio D’Amico).

 

Anche il critico d’arte Vittorio Sgarbi ha speso parole a riguardo, sostenendo che esista “un pittore autenticamente più bravo del Merisi che ha eseguito quest’opera con la stessa sintesi e concentrazione con cui l’avrebbe dipinta Caravaggio. Anche perché il quadro presenta un’esecuzione più sofisticata rispetto a quella di Caravaggio che spesso è sintetica, immediata, in quanto il pensiero è così veloce che la pittura deve seguirlo. Dunque per questa inedita tela maltese, il valore di Caravaggio risiede soprattutto nell’invenzione, prima ancora che nell’esecuzione” (V. Sgarbi. In Caravaggio e il suo tempo 2015, p. 16)

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Foto di Marta Peroni

In entrambe le opere il santo è raffigurato in ginocchio, con il busto reclinato in avanti, verso il teschio che sostiene con ambo le mani, richiamo alla vanitas di questo mondo, mentre in contrapposto per terra è posata una croce, simbolo di salvezza. Il saio è sdrucito e rammendato, a ricordare la scelta di povertà dell’umile frate. Da un taglio della veste, si può vedere la pelle pallidissima, in contrasto con il volto e le mani più scure, forse dal sole. Una leggera aureola cinge il suo capo, simbolo della santità.

Due quadri di una grande bellezza, che vanno ammirati con attenzione, uno di fianco all’altro, per cogliere con cura ogni somiglianza e differenza.

Marta Peroni

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