New Entry alla mostra su San Francesco

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Madonna con il Bambino tra i santi Sebastiano, Antonio, Francesco e Rocco, 1530 ca, olio su tavola, 48×75 cm

Nella Sala della Vittoria della Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno, dove si conservano alcune fra le più importanti opere di Cola dell’Amatrice, è esposto anche un piccolo dipinto su tavola rimasto a lungo confinato ai margini dell’interesse degli studiosi dell’artista. Il supporto oblungo raffigura, al centro di un paesaggio del quale si evidenziano soltanto pochi particolari, la Vergine che sorveglia Gesù Bambino rappresentato nell’atto di suggere il latte dal suo seno: alla scena assistono i santi Sebastiano e Antonio da Padova a sinistra, Rocco e Francesco a destra. Il taglio compositivo e le dimensioni fanno pensare a un’opera destinata alla devozione privata o al più a essere collocata su un gradino d’altare, a completamento di una decorazione che doveva prevedere anche una pala di maggiori dimensioni.

Facilmente identificabili per i rispettivi attributi, San Sebastiano e San Rocco sono rappresentati in primo piano e occupano una posizione privilegiata rispetto agli altri: circostanza che fa ritenere il dipinto commissionato in occasione di un’epidemia di peste, forse come ex voto per lo scampato pericolo. La prima memoria scritta dell’opera è contenuta nella guida di Ascoli Piceno di Carducci (1853), il quale ricorda la presenza sul grado del quarto altare di San Domenico di un “quadretto con la Madonna e vari Santi, male andato per ritocchi, ma che fu buona cosa della scuola ferrarese”. Consegnato il 20 maggio 1868 al Comune insieme al altri dipinti appartenenti al convento domenicano soppresso, è in quella circostanza attribuito a Vincenzo Pagani. Spetta a Mariotti (1913) il merito di averlo riferito per primo alla scuola di Cola, indicazione accolta successivamente anche da Luigi Serra (1919) e da Bernard Berenson (1932): la cautela con cui gli studiosi attribuivano l’opera all’artista di Amatrice, chiamando in causa la sua scuola, era certamente giustificata dal pessimo stato di conservazione della tavola già sottolineato da Carducci. Un provvidenziale intervento di restauro realizzato nel 1990 presso i laboratori della Soprintendenza di Urbino ha posto rimedio ai danni subiti dal dipinto, riportando alla luce l’alta qualità tecnica ed esecutiva della tavola che nel 1991 Cannatà riconosceva come certamente autografa, datandola allo scorcio del terzo decennio, “periodo dell’attività del pittore amatriciano rimasto scarsamente conosciuto finora, contraddistinto dalla adesione alla maniera raffaellesca interpretata con un gusto puristico e devozionale che trova riscontri o meglio parallelismi in certa pittura emiliano-romagnola (Innocenzo da Imola, Biagio Pupini e Girolamo da Carpi)”, analogie che in parte giustificano il primitivo riferimento formulato da Carducci alla scuola ferrarese.

Nel catalogo delle opere di Cola dell’Amatrice il confronto più prossimo per la tavola in esame è costituito, anche in ragione dell’analogia iconografica, dalla pala con la Madonna che allatta il Bambino con i santi Rocco e Sebastiano datata 1522 e commissionata da tre autorevoli esponenti del patriziato ascolano, Francesco e Bernardino Corvi e Lattanzio Troili. Allo stesso periodo appartiene anche la Sacra Famiglia conservata nel Palazzo Comunale di Amatrice, già nella chiesa di Santa Maria del Suffragio, datata 1527. Nel taccuino di Fermo è possibile individuare un foglio (20 recto) nel quale il pittore studia quattro immagini di San Sebastiano legato a un palo in attesa di essere trafitto: la definizione anatomica presenta numerose analogie con lo stesso santo che compare nella tavola di Ascoli in cui ritroviamo il medesimo modo di tracciare le linee dei fianchi piuttosto espansi, delle masse muscolari del petto e della clavicola, volumi che nel dipinto vengono esaltati da lumeggiature che conferiscono un risalto scultoreo al busto. La presenza, sia pure come comprimari, di Sant’Antonio da Padova e di San Francesco, il primo rappresentato nell’atto di adorare il Bambino, il secondo rivolto verso il confratello, costituisce un motivo di riflessione circa la provenienza dell’opera che, segnalata nell’Ottocento presso la chiesa di San Domenico, sembra piuttosto essere pertinente a una istituzione francescana o il frutto di una committenza legata a quell’ordine. Nel volto assorto della Vergine riconosciamo un prototipo di bellezza ideale più volte sfruttato dall’artista, che possiamo ritrovare nella Madonna con i santi Giovanni Battista, Rocco, Sebastiano e la Maddalena proveniente dalla chiesa della Maddalena di Acquasanta, in deposito dal 1973 presso la Pinacoteca di Ascoli, e anche in vari personaggi femminili che si ravvisano negli affreschi dell’oratorio del Corpus Domini, come dimostra la donna con il volto reclinato che fa parte del corteo del re Ioiachin, l’ancella che aiuta Giuditta a uccidere Oloferne e una figura che compare al centro della scena raffigurante Mosè che intercede per il suo popolo, tutte opere la cui esecuzione si colloca nel terzo decennio del XVI secolo, confermando così la cronologia ipotizzata da Cannatà.

testo a cura del prof. Stefano Papetti

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