Pellizza dalla marcia alla passeggiata amorosa

Vittorio Sgarbi – Dom, 29/07/2018 – 10:34

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Devo confessare di essere irresistibilmente attratto da un dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo, tradizionalmente identificato in una Passeggiata amorosa. Non si può negare che sia un titolo pertinente, e che una passeggiata amorosa ne sia propriamente il soggetto.

Il puntiglioso e cerimonioso direttore del museo di Ascoli Piceno, dove l’opera è accolta, Stefano Papetti, mi informa che, dopo la pulitura e il rintelo, sul retro del dipinto è apparso il titolo originale: Idillio verde. Difficile immaginare una denominazione più pertinente. Della parola «idillio» è implicita la declinazione amorosa, nell’aggettivo «verde» l’aura, l’immersione nella natura, un’armonia della vegetazione.

Il dipinto, da solo, sarà esposto, con tutta la concentrazione possibile, quale chiede l’attitudine leopardiana dell’idillio, in un nuovo, bellissimo museo che si apre a Sutri, il 15 settembre, nel maestoso palazzo Doebbing, sede della curia vescovile, restaurato con grande attenzione e grande gusto, grazie all’architetto Romano Adolini, dalla Regione Lazio. Il percorso di rinascita di palazzo Doebbing si è compiuto con l’affidamento, per farne sede di museo e di mostre, al Comune di Sutri, in un accordo concluso fra il vescovo Romano Rossi e il sindaco della città, che sono io. Difficile immaginare uno spazio più poetico e versatile, dove verranno trasferiti una parte dell’Antiquarium di Sutri con il celebre Efebo e le opere più a rischio del patrimonio di arte sacra della diocesi, a sua volta oggetto di una mostra. Gli spazi espositivi, oltre che all’Idillio verde, saranno destinati a una mostra di fotografie di Wilhelm Von Gloeden in dialogo con i dipinti di Roberto Ferri, virtuoso maestro intorno al quale ho istituito l’Accademia di belle arti, presieduta da Emmanuele Emanuele, che aprirà i suoi corsi in primavera nella sede comunale di Villa Savorelli. Infine, il 15 dicembre, sempre dal museo di Ascoli Piceno arriverà la grande, maestosa tela con San Francesco riceve le stigmate di Tiziano, il cui incandescente paesaggio è una risposta tellurica, sulfurea all’Idillio verde. Così si inaugura un nuovo museo, in un palazzo meraviglioso ripristinato agli inizi del secolo scorso da un vescovo tedesco illuminato, Giuseppe Bernardo Doebbing.

Ma questa cronaca non dice l’arcana corrispondenza tra l’ambiente naturalistico e archeologico di Sutri e il dipinto di Pellizza da Volpedo, che sembra riprodurne l’atmosfera e l’anima. Quella avvertita da un sensibile conoscitore di cose e di luoghi, come Giuseppe Patitucci d’Alifera Patitario, che scrive: «Sutri è straordinaria per la presenza continua, nelle pietre e nell’aria che si respira, di quell’antichità preromana… aumentata nell’emozione… da quella intensa umidità che è quasi un filtro attraverso cui ci si sente parte di quella presenza antichissima». Guardate bene l’Idillio verde: quella siepe, quei prati, quel declivio terrazzato sembrano raffigurare l’area dell’anfiteatro e della necropoli, immersi nell’ambiente boschivo di Sutri. Uno specchio, uno specchio luminoso. La scelta del dipinto favorisce queste corrispondenze, più occasionali che volute, come la coincidenza del ritorno a Pellizza da Volpedo nel 150º anniversario della nascita, che è contemporaneamente celebrato con una mostra nel suo studio della città natale.

Pellizza da Volpedo è conosciuto universalmente per il suo Quarto stato che inaugura il secolo XX, ed è forse il primo dipinto di soggetto civile della nostra tradizione pittorica, icona delle lotte proletarie di tutto il Novecento. Il quarto stato è il manifesto politico di Pellizza da Volpedo, l’Idillio verde è la sua meditazione lirica, la sua interiorità romantica; e sono entrambi dipinti nel 1901, come introduzione a un mondo nuovo. Il quarto stato è una marcia, un avanzare per conquistare diritti e dignità; l’Idillio verde è una passeggiata privatissima, riservata.

Primo de Vecchis, sottolineando i due diversi cammini, uno verso la storia e uno verso l’anima, scrive: «Anche qui ritroviamo il tema compositivo del passeggiare, dell’avanzare delle figure tratteggiate (con uno stile divisionista molto fluido e personale), ma l’inquadratura è del tutto diversa, la coppia di giovani amanti viene colta infatti di profilo. L’osservatore esterno somiglia a qualcuno che contempli rapito una scena idillica, la quale non si esaurisce negli innamorati che confabulano, ma include un prato abbarbagliato dal sole, dove pascolanti greggi di pecorelle brucano l’erba, tra alberi e arbusti, mentre sullo sfondo si eleva una collina coltivata. La luce è studiatissima, come se si trattasse d’un fotogramma del film Barry Lyndon di Stanley Kubrick, e colpisce con sottili scintillii parte del contorno dei capelli degli amanti, la veste rossa della donna, il pelame delle pecorelle, le foglioline delle siepi, i fiori, le chiome degli alberi. È proprio lo studio accuratissimo della luminosità a infondere un sentimento idilliaco e sublimato all’intera composizione. Il tondo, dal diametro di 100 cm, appartiene a un ciclo di cinque dipinti di forma varia, che l’artista chiamò L’amore nella vita… Gli innamorati dipinti sono situati in un lato della composizione e avanzano lentamente verso il lato opposto; tuttavia l’osservatore esterno coglie anche la profondità del paesaggio attraverso i diversi piani delle siepi, del prato e delle colline: la forma rinascimentale del tondo somiglia all’obiettivo di una macchina fotografica, che colga l’infinito istante delle amorose conversazioni».

Una formidabile tensione luminosa, una vera e propria tessitura di luce, è favorita dalla stesura di piccole macchie, punti di colore secondo la tecnica divisionista o pointillista, che caratterizza i corrispondenti francesi di Pellizza da Volpedo, in particolare Georges Seurat. Ma ciò che è artificioso e forzato nei pittori d’Oltralpe, come un teorema scientificamente misurabile (penso al Paysage avec cheval di Seurat), appare naturale, come l’alito della creazione, in Pellizza da Volpedo. Camminando nel parco archeologico di Sutri si vive la stessa emozione che Idillio verde trasmette. Osservarlo a Sutri, affacciandosi dalla terrazza di palazzo Doebbing verso Villa Savorelli e l’area archeologica, nella collina di tufo e di verde, ci avvolge in una indistinguibile fusione di arte e natura. La sensazione è ben descritta nel libro Verde muschio di una scrittrice di Sutri, Martina Cecilia Salza: «il muschio è figlio del silenzio che regna solitario e uliginoso. Il muschio è figlio di un regno incantato, all’incrocio dei sogni, dove i vivi e i morti si parlano e si toccano».

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